martedì, 07 ottobre 2008
tour-eiffelUNO - Grazie agli accordi di Schengen, il virus parainfluenzale che ha fatto capolino nella mia gola il mattino della partenza mi ha potuto accompagnare indisturbato fino in Francia. Il giorno seguente all'arrivo mi sveglio con un gargarozzo grosso come un melone e con una vitalità pari a quella di un'ameba. Decido perciò di concedermi un paio d'ore in più a letto, vabbé che sono qua per vedere cose e non per stare sotto le coperte ma il virus pare cattivello e comunque - cerco di consolarmi  - sono mezza influenzata nella stessa città in cui, a qualche chilometro di distanza, starà sfilando Chanel (o Balenciaga o, chessò, Lagerfeld). Fa tanto glamour, dai. Tengo quindi il "non disturbare" sulla porta e mi raggomitolo al caldo.
Passa un po' di tempo e nel dormiveglia mi pare di sentire bussare, la porta si apre ed entra la cameriera ai piani farfugliando qualcosa che non mi è dato capire. Con la prontezza di spirito di un bradipo addormentato mi tiro su mentre lei parla e parla. Afferro solo la parola "service" e "madame". Con grande intuizione capisco due cose: "madame" devo essere io, "service" vuol dire che la tizia vuole rifarmi la camera.
Ecco, è proprio qui che l'assenza di dialetto romagnolo fa la differenza. Se lo sapessi parlare bene potrei spiegare alla signora che non intendo uscire dal letto ancora per un po' e che comunque, non so se lo ha visto, sulla porta c'è un cartello che dice di non entrare. Invece tutto quel che riesco a ricordare dell'ostica lingua transalpina è un "jesuìmalad" seguito da un "plùtardjevé"... e qui mi pianto, perché non so come si traduca la parola "fuori". Mannaggia a me, come sarebbe più facile dire: "I'm going out when I'm better". E invece mi tocca spiegarmi a gesti, da perfetta italiota. Con la cameriera che - ma forse è una mia impressione - trattiene a stento un ghigno.

christy DUE - Mostra di foto di Patrick Demarchelier (consigliatissima!). Essendomi informata prima so che è gratis. Ma all'ingresso un signore in divisa ci sbarra il passaggio e ci indica una biglietteria. OK, facciamo la fila per i biglietti. Estraggo il portafogli e la bigliettaia, mentre ce li porge, ci biascica qualcosa di cui capisco solo la parola "gratuit". In pratica: l'ingresso è libero, sì, ma bisogna comunque fare la fila per avere un talloncino di carta a costo zero che il signore in divisa poi ci strappa come da copione. E poi dicono che quelli pasticcioni e complicati siamo noi italiani. E comunque qualche parolina di dialetto avrebbe velocizzato la procedura anche qui.

pollo TRE - Cena nel ristorante dell'albergo, di cui so che ha un menu un po' fantasioso. Nel senso che da quel che è elencato nella carta bisogna eliminare almeno la metà delle portate perché o non ci sono gli ingredienti, o non le preparano proprio, o le hanno già finite. Qui sì che ci vorrebbe una perfetta padronanza del dialetto, perché bene e spesso la cosa crea dei siparietti che è un peccato non potersi godere fino in fondo. Arriviamo, ci accomodiamo e il cameriere spiega che il piatto del giorno è "pulérotì". Pollo arrosto, in italiano. Mi leggo un po' il menu e poi decido che per andare sul sicuro e non dovere intavolare estenuanti e incomprensibili trattative col cameriere chiederò proprio il piatto del giorno. Arriva il cameriere per l'ordine (un collega del precedente) e io gli azzardo, con molto orgoglio per la mia padronanza linguistica, un "leplàdujour, pulérotì?".
Colpo di scena. Il cameriere mi fa: "Mais non, madame" e prosegue con parole che non so. Mi indica un cartello che dice "Plat du jour: parmentier aux 4 viandes" (più o meno).
La mia espressione frastornata lo convince a tornare in cucina per informarsi meglio. Ritorna: avevo ragione io, c'è proprio il pulérotì, madàmexcusèmuà. E ordiniamoci 'sto pulérotì, dunque.
Ma ecco il colpo di scena 2, quello che mi fa definitivamente credere di essere finita in un film comico. Un altro cameriere, affranto, viene da me mormorando parole - presumo - di scusa. Concetto: madame, non c'è più pulérotì. Anzi, non c'è proprio pulé, jesuìdesolé e blablabla. La situazione sarebbe troppo surreale per limitarsi a dire che fa nulla: bisognerebbe invece dargli un po' corda e dirgli con la stessa faccia contrita e lo stesso fare un po' teatrale che è proprio un peccato perché avevo proprio voglia di pulé e che sono davvero dispiaciuta anch'io ma insomma mi rassegnerò e prenderò qualcos'altro, sarà senz'altro buonissimo come tutto il resto perché i loro piatti sono tutti buonissimi... Già, perché se vuoi dialogare con un francese devi stipare la frase di formule di cortesia e ghirigori di gentilezza a cui lui risponderà allo stesso modo arzigogolato, e così via in un ping pong alla melassa che alla fine è anche divertente. E con questo cameriere ne varrebbe davvero la pena. Invece l'unica cosa che so fare è leggergli un'altra cosa nel menu, sperando che me la preparino.

arc-de-triomphe QUATTRO - Se dicono che il museo interno all'Arco di Trionfo è tutto nuovo io ci credo. Non mi aspetto che le novità siano solo un paio di monitor in più e che il grosso del rinnovamento sia ancora in preparazione, chiuso da pannelli e da cartelli tipo "lavori in corso" (insomma: non siamo in un museo italiano, diamine!). Così farebbe piacere poter segnalare che ho pagato nove euro per non vedere nulla che non avessi già visto. Vabbé che il panorama dalla cima dell'arco ha il suo bel perché, ma uffa...

orologio CINQUE - Vado a fare un giro nei negozi del Carrousel du Louvre, la galleria che porta al Louvre. Siccome nel Carrousel ci sono anche delle sale riservate alle sfilate della settimana della moda, vado a dare un'occhiata alla fauna che ci gira: fra tizie molto trendy, tizi molto metrosexual ed esponenti del mondo gayo il colpo d'occhio è fantastico e il panorama è decisamente migliore dei nugoli di turisti che si fanno fotografare a fianco della piramide rovesciata sentendosi tanti Tom Hanks nel "Codice Da Vinci". Mi piazzo lì qualche minuto, ipnotizzata dal viavai di gente, quando una di queste tizie tanto trendy mi apostrofa con un elaborato discorso dalla durata infinita, di cui non capisco un'acca, proprio un'acca. Credevo che volesse, chessò, commentare qualche fitting dal megaschermo che trasmetteva le sfilate. Invece voleva solo sapere l'ora.

Insomma, devo proprio mettermi d'impegno a studiare il dialetto romagnolo. Così la prossima volta che vado a Parigi mi faccio capire, come quel tizio di cui tutti abbiamo sentito raccontare da un amico di un amico di un amico.

PS - Chiocciolapois, la lista dei ricordini l'hai stilata?


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venerdì, 12 ottobre 2007
Devo assolutamente sapere da dove veniva quella maglietta con la scritta "IMOLA" stampata tricolore sul petto. Magari il tizio che la indossava legge questo blog, chissà.
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giovedì, 23 agosto 2007
Ho un difetto: non mi piacciono i vestiti troppo sfacciatamente "di moda". Non per fare la snob (Dio me ne scampi e liberi!): semplicemente preferisco la libertà di scegliere quel che mi sta bene e rifiutare quel che proprio non mi sfagiola.
E finché si tratta di scartare quel che non piace va ancora bene. Il difficile arriva quando si cerca qualcosa, magari un articolo che non vada troppo per la maggiore ma che non appartenga al genere "nonna in gita parrocchiale". Genere rispettabilissimo, per carità: ma io non mi sento una nonna in gita parrocchiale, forse perché non lo sono.
Per dire: da mesi vado alla disperata ricerca di una misera, semplice, banale gonna di jeans di taglio svasato, lunga fino a metà polpaccio con nessuna decorazione, nessuna stampa, nessuna borchia, zero tasconi, niente di niente. Una longuette: come quelle che vennero fuori un paio d'anni fa, però fatta di jeans. Se ce ne fossero in giro me ne riempirei l'armadio, è il mio jolly. L'unico, storico esemplare che scoprii anni fa in un negozio di Faenza lo custodisco gelosamente e gli faccio una manutenzione amorevole, tremando all'idea che prima o poi sarà tanto liso da essere inutilizzabile.
Poco tempo fa ho trovato qualcosa che potrebbe avvicinarsi al mio ideale, ha l'orlo della lunghezza giusta ma è l'ampiezza a essere un po' troppo "danzante": l'ho comprata, è davvero carina e non mi sta per niente male ma non corrisponde perfettamente a quel che ho in testa.
E così la ricerca prosegue. Negozi, bancarelle, jeanserie: di gonne di jeans ne trovo dappertutto ma sono sempre e solo di due tipi, micromini scopri-chiappa da velina in libera uscita o gonne dritte al ginocchio dal taglio a matita. Ah, no, c'è anche il terzo tipo: quella simpaticamente abbellita con volant, inserti leopardizzati, brandelli di trina, orletti sfrangiati.
Quando la trovo giuro che me ne compro almeno tre-quattro esemplari identici.

 
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giovedì, 12 luglio 2007
Quel che mi fa impazzire delle bancarelle del mercato è che, tranne rare eccezioni, espongono quasi tutte gli stessi capi. Una stagione c'è solo roba rossa, un'altra solo roba verde, un'altra ancora trovi solo vestitini fantasia e peggio per te se cerchi qualcosa di diverso. Mi son sempre chiesta come facciano. Per me c'è una specie di Cupola dei Mercatini che si riunisce all'inizio di ogni stagione in una stanzetta oscura e fra ampie volute di fumo di sigaro, gardenie all'occhiello e sbrilluccichii di anelli da mezzo chilo decreta cosa andrà nei prossimi mesi (con tanto di offerta che non si può rifiutare per tutti quelli che vogliono vendere articoli originali). Qualcuna ad esempio si ricorderà dell'ondata di rosa cipria che travolse le bancarelle qualche anno fa: pareva che non si potesse fare più a meno di un vestituccio di quel polveroso colore se si voleva uscire di casa, si vede che in quel periodo Joe Ricci Petitoni, Frankie Bacchilega, Michael Baroncini, Anthony Marangoni e tutti gli altri d'a Famiglia (anzi, d'la Fameja) erano reduci da una visione collettiva di "Cenerentola a Parigi" e tutti in coro canticchiavano allegramente "Think Pink".
Questa invece pare l'estate dei vestitucci tipo wrap dress (che Diane Von Furstenberg mi perdoni!) e dei prendisole con o senza bretelline, spesso con nastrino sotto il seno, corpino a nido d'ape, di solito a fantasie minute. Così quando oggi, passando in mezzo alle bancarelle, i miei occhi sono caduti su un capo che ancora non avevo notato, ho esultato: "Un top di Hello Kitty! Ma che carino!".
Per un attimo mi son detta che quasi quasi potevo comprarlo, il modello mi piaceva, il cotone pareva di buona qualità e anche il disegno era delizioso (sì, faccio parte di quelle donne che adorano Hello Kitty anche se non hanno più l'età: peccati di vecchiaia).
Poi, pochi metri più in là, ho notato lo stesso identico top.
Più avanti, di nuovo Hello Kitty.
E, più avanti ancora, altra maglietta uguale.
Alla settima gattina con fiocchetto che ho incontrato ho capito che la Cupola aveva colpito ancora. Ma, quel che è più grave, ho avvertito chiari sintomi di Kitty-rigetto. Ahimé. Sento che il mio amore sta per trasformarsi in odio.


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venerdì, 17 novembre 2006
HermèsBirkinBagSarà la prima nebbiolina di stagione, ma stamattina ho sentito avvicinarsi l'inverno. E con l'inverno attendo trepidante la comparsa di un tipico animale di provincia: la signora-con-Birkin.
Per spiegarmi devo fare una premessa.
Esattamente come i rapper di oltreoceano la vera signora di provincia aborre il minimalismo, perchè per costei è imperativo ricordare al mondo che lei, i soldi, ce li ha (o li ha il marito). La vediamo quindi, inconsapevole dello scempio, sfoggiare improbabili mises in cui parole quali "accostamento", "buongusto", "abbinamento", "misura" sono lemmi privi di significato.
Il vero colpo di grazia ammazza-gusto, però, è dato dalla borsa: e qui vengo al dunque.  Il trionfo della signora di provincia è la Birkin bag malmaritata: portata cioè sopra l'opulenza di una pelliccia di visone, un cappello di feltro con taglio simpaticamente mascolino e a volte una vera penna d'uccello infilata nella fascia, un paio di scarpe sportive con suola in gomma ma firmatissime e decorate con mezzo chilo di strass, calze pesanti e colorate e nelle giornate più fredde una sciarpona tricottata, con frange lunghe venti centimetri, annodata rigorosamente fuori dal bavero del visone. Non bastasse l'abbinamento drammaticamente infelice, la Nostra  dimentica che indossare una Birkin non fa automaticamente donna elegante: richiede non solo molte migliaia di euro ma anche dosi industriali di grazia e naturalezza nel portamento. Ma la signora di provincia pensa di essere strafiga anche se la Birkin la infila di traverso, a tracolla, "mode antiscippo on". Ed è proprio ques'ultimo particolare che grida vendetta: non si porta una Birkin come fosse una sacca di Guru, diamine!
Che Hermès la perdoni, comunque, la signora: in fondo è simpatica così.
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