UNO - Grazie agli accordi di Schengen, il virus parainfluenzale che ha fatto capolino nella mia gola il mattino della partenza mi ha potuto accompagnare indisturbato fino in Francia. Il giorno seguente all'arrivo mi sveglio con un gargarozzo grosso come un melone e con una vitalità pari a quella di un'ameba. Decido perciò di concedermi un paio d'ore in più a letto, vabbé che sono qua per vedere cose e non per stare sotto le coperte ma il virus pare cattivello e comunque - cerco di consolarmi - sono mezza influenzata nella stessa città in cui, a qualche chilometro di distanza, starà sfilando Chanel (o Balenciaga o, chessò, Lagerfeld). Fa tanto glamour, dai. Tengo quindi il "non disturbare" sulla porta e mi raggomitolo al caldo. Passa un po' di tempo e nel dormiveglia mi pare di sentire bussare, la porta si apre ed entra la cameriera ai piani farfugliando qualcosa che non mi è dato capire. Con la prontezza di spirito di un bradipo addormentato mi tiro su mentre lei parla e parla. Afferro solo la parola "service" e "madame". Con grande intuizione capisco due cose: "madame" devo essere io, "service" vuol dire che la tizia vuole rifarmi la camera.
Ecco, è proprio qui che l'assenza di dialetto romagnolo fa la differenza. Se lo sapessi parlare bene potrei spiegare alla signora che non intendo uscire dal letto ancora per un po' e che comunque, non so se lo ha visto, sulla porta c'è un cartello che dice di non entrare. Invece tutto quel che riesco a ricordare dell'ostica lingua transalpina è un "jesuìmalad" seguito da un "plùtardjevé"... e qui mi pianto, perché non so come si traduca la parola "fuori". Mannaggia a me, come sarebbe più facile dire: "I'm going out when I'm better". E invece mi tocca spiegarmi a gesti, da perfetta italiota. Con la cameriera che - ma forse è una mia impressione - trattiene a stento un ghigno.
DUE - Mostra di foto di Patrick Demarchelier (consigliatissima!). Essendomi informata prima so che è gratis. Ma all'ingresso un signore in divisa ci sbarra il passaggio e ci indica una biglietteria. OK, facciamo la fila per i biglietti. Estraggo il portafogli e la bigliettaia, mentre ce li porge, ci biascica qualcosa di cui capisco solo la parola "gratuit". In pratica: l'ingresso è libero, sì, ma bisogna comunque fare la fila per avere un talloncino di carta a costo zero che il signore in divisa poi ci strappa come da copione. E poi dicono che quelli pasticcioni e complicati siamo noi italiani. E comunque qualche parolina di dialetto avrebbe velocizzato la procedura anche qui.
TRE - Cena nel ristorante dell'albergo, di cui so che ha un menu un po' fantasioso. Nel senso che da quel che è elencato nella carta bisogna eliminare almeno la metà delle portate perché o non ci sono gli ingredienti, o non le preparano proprio, o le hanno già finite. Qui sì che ci vorrebbe una perfetta padronanza del dialetto, perché bene e spesso la cosa crea dei siparietti che è un peccato non potersi godere fino in fondo. Arriviamo, ci accomodiamo e il cameriere spiega che il piatto del giorno è "pulérotì". Pollo arrosto, in italiano. Mi leggo un po' il menu e poi decido che per andare sul sicuro e non dovere intavolare estenuanti e incomprensibili trattative col cameriere chiederò proprio il piatto del giorno. Arriva il cameriere per l'ordine (un collega del precedente) e io gli azzardo, con molto orgoglio per la mia padronanza linguistica, un "leplàdujour, pulérotì?". Colpo di scena. Il cameriere mi fa: "Mais non, madame" e prosegue con parole che non so. Mi indica un cartello che dice "Plat du jour: parmentier aux 4 viandes" (più o meno).
La mia espressione frastornata lo convince a tornare in cucina per informarsi meglio. Ritorna: avevo ragione io, c'è proprio il pulérotì, madàmexcusèmuà. E ordiniamoci 'sto pulérotì, dunque.
Ma ecco il colpo di scena 2, quello che mi fa definitivamente credere di essere finita in un film comico. Un altro cameriere, affranto, viene da me mormorando parole - presumo - di scusa. Concetto: madame, non c'è più pulérotì. Anzi, non c'è proprio pulé, jesuìdesolé e blablabla. La situazione sarebbe troppo surreale per limitarsi a dire che fa nulla: bisognerebbe invece dargli un po' corda e dirgli con la stessa faccia contrita e lo stesso fare un po' teatrale che è proprio un peccato perché avevo proprio voglia di pulé e che sono davvero dispiaciuta anch'io ma insomma mi rassegnerò e prenderò qualcos'altro, sarà senz'altro buonissimo come tutto il resto perché i loro piatti sono tutti buonissimi... Già, perché se vuoi dialogare con un francese devi stipare la frase di formule di cortesia e ghirigori di gentilezza a cui lui risponderà allo stesso modo arzigogolato, e così via in un ping pong alla melassa che alla fine è anche divertente. E con questo cameriere ne varrebbe davvero la pena. Invece l'unica cosa che so fare è leggergli un'altra cosa nel menu, sperando che me la preparino.
QUATTRO - Se dicono che il museo interno all'Arco di Trionfo è tutto nuovo io ci credo. Non mi aspetto che le novità siano solo un paio di monitor in più e che il grosso del rinnovamento sia ancora in preparazione, chiuso da pannelli e da cartelli tipo "lavori in corso" (insomma: non siamo in un museo italiano, diamine!). Così farebbe piacere poter segnalare che ho pagato nove euro per non vedere nulla che non avessi già visto. Vabbé che il panorama dalla cima dell'arco ha il suo bel perché, ma uffa...
CINQUE - Vado a fare un giro nei negozi del Carrousel du Louvre, la galleria che porta al Louvre. Siccome nel Carrousel ci sono anche delle sale riservate alle sfilate della settimana della moda, vado a dare un'occhiata alla fauna che ci gira: fra tizie molto trendy, tizi molto metrosexual ed esponenti del mondo gayo il colpo d'occhio è fantastico e il panorama è decisamente migliore dei nugoli di turisti che si fanno fotografare a fianco della piramide rovesciata sentendosi tanti Tom Hanks nel "Codice Da Vinci". Mi piazzo lì qualche minuto, ipnotizzata dal viavai di gente, quando una di queste tizie tanto trendy mi apostrofa con un elaborato discorso dalla durata infinita, di cui non capisco un'acca, proprio un'acca. Credevo che volesse, chessò, commentare qualche fitting dal megaschermo che trasmetteva le sfilate. Invece voleva solo sapere l'ora.Insomma, devo proprio mettermi d'impegno a studiare il dialetto romagnolo. Così la prossima volta che vado a Parigi mi faccio capire, come quel tizio di cui tutti abbiamo sentito raccontare da un amico di un amico di un amico.
PS - Chiocciolapois, la lista dei ricordini l'hai stilata?









Sarà la prima nebbiolina di stagione, ma stamattina ho sentito avvicinarsi l'inverno. E con l'inverno attendo trepidante la comparsa di un tipico animale di provincia: la signora-con-Birkin.