lunedì, 14 settembre 2009
Lo facciamo un po' tutti, credo: ci si siede al tavolo della pizzeria, si ordina, poi ci si dimentica quel che si è chiesto, si butta un occhio all'ordine... e si entra in un meraviglioso mondo parallelo fatto dii piatti scritti in codice (k al posto della parola caffé) e di portate il cui nome finisce nove volte su dieci per essere storpiato. Un po' perché il povero cameriere, comprensibilmente, ha fretta e risparmia sulle parole; e un po' perché alcuni piatti hanno nomi stranieri e uno non è tenuto a conoscere a menadito la grammatica di una lingua che non è la sua. Con risultati spesso sublimi.
Dopo un po' comunque una pensa di avere ormai visto tutto il repertorio: profiteroles che diventano profiterol (pronunciati ovviamente con l'accento sulla i), profitterol o proffitterol; pomodori gratin diventati, invariabilmente, gratè; paella italianizzata in paiella; crème caramel trasformata in crem caramel; speck mutato (quando va bene) in spek, o (quando va male) speak oppure (quando va malissimo) speack.
Dopo un po', dicevo, ci fai l'abitudine e nulla ti stupisce più. Fino a quando leggi che secondo la comanda ti sta per arrivare una baiarda. E quando il cameriere ta la porta, annunciando trionfante "Ecco la sua baiarda" e scandendone ogni singola lettera con estrema convinzione, tu guardi la tua paillard e ti chiedi cosa mai abbia fatto di male, quella povera fettina di carne, per essere stata così linguisticamente maltrattata.

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venerdì, 17 luglio 2009
Dato che le abitudini a volte possono atrofizzare il cervello ho pensato: "OK, per stavolta si cambia verduraio e vediamo un po' cosa succede". Uno di quei cambiamenti, insomma, belli drastici, capaci di sconvolgerti la vita per sempre: ma io sono ardimentosa e oso anche pormi di queste sfide. E dunque l'altro giorno ho messo al bando la routine e ho deciso di comprare i miei soliti pomodori da insalata da qualche altra parte, lanciandomi all'avventura più selvaggia.

Ho fatto bene. Non solo per la bontà della merce ma anche e soprattutto per come si è svolto l'acquisto: ho avuto infatti la fortuna di incappare in un venditore del genere "ho della roba buonissima e ci tengo a fartela apprezzare". Così, stante anche il fatto che in quel momento non c'erano altri clienti dietro di me, il mio amico si è lanciato in una lunga descrizione delle prerogative del vermiglio prodotto, volta a farmi capire quanto quel che mi stava per vendere fossero non dei semplici pomodori ma delle pietre preziose.

Io ero in visibilio, perché a me quando un commerciante cerca di trasmettermi la sua passione per la merce, siano pure delle umili verdure, parte proprio la testa. E così gli ho volentieri dato spago, permettendogli di spiegarmi che quelle Pietre Preziose dell'Orto erano speciali perché prive di acidità. Potevo non solo farle in insalata ma addirittura cuocerle e mi avrebbero comunque reso al massimo. Eppoi erano di una qualità tanto alta che potevo benissimo tenerle fuori dal frigo e sarebbero rimaste belle sostenute comunque. Egli era assolutamente certo di quel che mi stava dicendo perché era lui stesso a coltivare questi miracoli vegetali, perciò conosceva perfettamente la loro qualità. Oh, era così preso che pareva mi parlasse dei suoi figli!
A un certo punto abbiamo anche sfiorato il surreale, quando mi ha detto: "Tocchi, tocchi qua: senta com'è bello sodo". Ecco, lì diciamo che per un attimo mi sono quasi sentita in un film di Alvaro Vitali. Ma a parte questo: che meraviglia quando un commerciante è sinceramente orgoglioso della sua merce e cerca di trasmettere ai clienti il suo entusiasmo. Tutti così, dovrebbero essere.

Ah, i pomodori erano davvero eccezionali come mi aveva detto. Per cui ci torno di sicuro.

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martedì, 30 giugno 2009
Sono stata a mangiare nel posto che hanno aperto in piazza Matteotti. Sento il bisogno di tornarci almeno un'altra volta prima di decidere se mi piace o no. Forse dipende dal fatto che è un posto tanto nuovo da non avere ancora avuto il tempo di crearsi un suo carattere particolare. O forse questa impressione l'ho avuta perché la sala era piuttosto vuota. O forse ancora perché mi faceva un po' strano mangiare al chiuso in piena estate.
E comunque il giudizio conclusivo, per il momento, è il seguente: boh.
Nel frattempo sarebbe favoloso se gli permettessero di mettere dei tavoli sotto il portico.

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martedì, 02 settembre 2008
La mia amica Helen abita in Inghilterra ed è una inglese vera, di quelle che sembrano inventate da quanto sono inglesi: monarchica fino all'osso, orgogliosissima della sua nazione e amante del tempo piovigginoso. Per dire: quando uscì il film "The Queen" a me piacque da morire e andai in visibilio per la rappresentazione di sua maestà nella sua sfera più privata; lei invece ne fu molto infastidita perché - così mi spiegò - la regina non va mostrata nella sua intimità, ciò è poco rispettoso. Ovviamente, quindi, lei è anche una anti-Diana sviscerata e non sopporta tutto il culto che si è sviluppato attorno alla defunta principessa. Insomma, la giovane è un tipino tutto speciale.

Poi c'è un altro fatto interessante. Helen ama moltissimo cucinare e di tanto in tanto mi intrattiene con lunghe mail in cui narra, a me italiana e quindi fruitrice della migliore cucina al mondo, dei suoi esperimenti gastronomici. Ho addirittura saputo quale sia la sua marca preferita di pasta (per la cronaca la Molino Spadoni che, evidentemente, arriva fin là). In effetti in cucina la ragazza ha quello che in slang si definisce "sbuzzo": dalle foto che mi invia pare davvero che abbia dei numeri, almeno per quanto riguarda la presentazione delle ricette che è molto scenografica.

Così tempo fa le magnificai uno strano alimento che si mangia da queste parti chiamato "piadina", descrivendole il gusto, il profumo e la possibilità di abbinarla con una immensa varietà di ingredienti
Lei si gasò moltissimo: "Mai sentita, deve essere buonissima, chissà mai se potrò assaggiarla!" (dimenticavo di dire che Helen non è mai venuta in Italia).

E' per questo che in occasione del suo ultimo compleanno ho pensato di spedirle in regalo un testo da piadina: non di quelli in terracotta, per ovvii motivi di fragilità, ma di quelli di metallo. Le ho mandato anche la ricetta, con tanto di foto delle diverse tappe e del risultato finale.

Purtroppo il risultato dell'esperimento è stato disastroso.
Per prima cosa non avendo lo strutto ha pensato di usare... ehm... il burro. E già qui si capiva come sarebbe andata a finire.
Poi... appena l'impasto ha toccato il testo è diventato tutto nero.
In pratica ha prodotto non una piadina ma del carbone.
A questo punto uno pensa di gettar via tutto. Invece lei no: ha ben pensato di usarlo come cibo per la sua cagnina. Che, poveretta, già aveva subìto un grave trauma nella sua vita (Helen la trovò in strada, probabilmente abbandonata da qualcuno che probabilmente la menava pure): e non aveva certo bisogno di provarne un altro. Ora la sua cagnina mi starà odiando a morte.

Insomma, sta' a vedere che mi toccherà spedirle un pacco di quelle orride piadine confezionate che sanno di segatura, giusto per darle un'idea di come dovrebbe riuscire la ricetta. Ma assaggiando quelle fette di cartoncino pressato che vendono in busta non capirebbe proprio perché la piadina sia tanto gustosa.

Insomma, non sono tanto sicura di avere fatto la cosa giusta con quel testo.
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lunedì, 25 febbraio 2008
E poi c'è gente che dice che in provincia si annoia. Dove trovate, se non in una piccola città di provincia, un ristorante che mette in giro dei manifesti sei metri per tre solo per annunciare che ha cambiato giorno di chiusura settimanale?
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mercoledì, 19 dicembre 2007
Non so se è la mia impressione, ma mai come quest'anno i settimanali locali traboccano di pubblicità dei menu di Natale e san Silvestro dei ristoranti della zona.
E a me ha sempre fatto una certa impressione l'arte con cui si può trasformare un semplice elenco di portate in un'apoteosi linguistica, nell'intento di affascinare il lettore con termini immaginifici e grondanti ricercatezza. Occhio, però, che l'abuso di queste tattiche nuoce gravemente alla salute. Del menu.
Perché è un po' come quando si esagera col trucco: non è che più ne metti e più diventi strafiga. Anzi, a volte è vero il contrario. Se poi oltre all'abuso di lifting grammatical-retorici si aggiunge lo scivolone sintattico-ortografico, purtroppo sempre in agguato, il risultato finale non è di un estremo fascino ma di un irresistibile umorismo.
Così, in un momento in cui ero particolarmente ispirata, mi sono presa la briga di catalogare i più diffusi espedienti pompa-menu che ho incontrato.

1 - La dilatazione. Ovvero, dire su tre-quattro righe quel che si potrebbe tranquillamente condensare in una. In pratica, è come se al posto del nome della portata uno pubblicasse direttamente la ricetta per esteso. Esempio: "Carpaccio di pesce spada al pepe rosa e lime-tequila con insalatina di piovra, cetriolini, surimi di gamberi, navone bianco e polpa di granchio" (abstract: antipasto di mare).
2 - La lectio difficilior. Quella cosa di cui alcuni di noi imparano l'esistenza alle superiori quando fanno le parafrasi: fra due o più possibili interpretazioni di un verso la lectio difficilior sarebbe quella meno intuitiva, meno probabile (spero di ricordare bene). Esempio di lectio difficilior applicata ai menu: "Puré di mais bianco" (per gli amici: polenta).
3 - Le chincaglierie. Precisazioni del tutto inutili, buone solo ad aumentare il senso di preziosismo linguistico del testo. Perché ad esempio uno deve specificare che lo sformatino è "su letto di" salsa anziché limitarsi a un laconico "con" salsa? Perché il dolce deve essere per forza "seduto su" crema anziché "con" crema? Perché, mioddio, perché? Semplice: perché scrivere chiaro fa tanto ordinario.
4 - La fantasia al potere. Nomi evocativi ma che non dicono nulla di quel che si mangerà. Esempio: "antipasto fantasia", "frivolezze di Natale", "dono di S. Silvestro", "buochett di rose" (spero non dovesse essere "bouquet").
5 - L'anarchia grammaticale. Insidiosissima soprattutto quando oltre all'elenco delle portate uno vuole strafare con qualche frase d'effetto. Maiuscole e minuscole usate in modo creativo, punteggiatura non omologata, ortografia opinabile. Esempi: "pranzo di natale" in minuscolo ma "Babbo Natale" con le maiuscole, "prelibatezze natalizie di fine anno accompagnate da creme dolci..........con tanto cioccolato" (e tanti puntini).

Ah, io comunque il pranzo di Natale lo farò in famiglia. Anche perché non vorrei mai che qualche creativo di cui sopra decidesse di vendicarsi.
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mercoledì, 28 novembre 2007
CertosinoIo in genere non sono troppo schifiltosa quanto a cibi, ma alcune cose proprio non le capisco. Il certosino, ad esempio. Credo che sia una roba tipica di queste parti, perché altrove non l'ho mai trovato. Non ho mai capito cosa ci sia di attraente in un dolce dalla consistenza pari a quella di una suola di scarpa, asciutto come la sabbia e pieno zeppo di canditi che per peggiorare le cose non sono a pezzetti ma spudoratamente a grandezza intera. Comunque so che per il resto del mondo il certosino passa per essere una prelibatezza e prendo atto.

MarmiteDi recente poi ho scoperto che probabilmente il certosino non è la cosa peggiore che mente umana ha inventato. Mi hanno regalato un vasetto di un tipico prodotto inglese che si chiama "Marmite" (andrebbe pronunciato marmàit, all'inglese, ma ho come la sensazione che la pronuncia all'italiana sia più adatta). Già l'etichetta gialla e verde non mi ispira pensieri alimentari goduriosi. Quel che più mi impressiona però è il contenuto. Una sorta di sciroppo densissimo e nerastro che ricorda molto da vicino l'olio motore esausto. L'ho osservato inquieta, l'ho annusato e poi confesso di avere chiuso il vasetto. E' là nel mio frigo da giorni e mi guarda implorante, ma non trovo il coraggio di assaggiarlo. Forse la mia amica che me l'ha spedito ha voluto vendicarsi perché lo scorso Natale le avevo mandato da assaggiare una confezione di certosino.
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giovedì, 08 novembre 2007
E comunque, sempre a proposito del Baccanale, ho appena avuto la conferma che lo spirito dell'iniziativa si è impadronito di me senza che me ne avvedessi. Ieri sera, proprio mentre mettevo in tavola un sontuoso piatto di ravioli di zucca made in Giovanni Rana, il signore in questione intratteneva i miei concittadini nella biblioteca comunale.
Niente da fare. Sono proprio imolese insàid.
Ah, falsi amici anche qua: i ravioli nello slang locale non sono un primo ma dei biscotti bagnati nel rosolio, ricoperti di zucchero semolato e farciti di marmellata, spesso mostarda bolognese (una poltiglia scura e granulosa dal sapore acidulo, secondo me una delle cose più cattive che si possano mangiare).
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mercoledì, 07 novembre 2007
C'è questa cosa qua del Baccanale. Non so come definirla: evento, festival, fiera, appuntamento o che altro ancora. In sintesi: si prende un tema alimentare, uno diverso ogni anno, e ci si imbastisce sopra una lista di robe varie (menu a tema nei ristoranti, conferenze, incontri, mostre eccetera). L'argomento di quest'anno è "Le forme della pasta", quello dell'anno scorso verteva sulle minestre.
Ma qui mi dovete concedere una pignoleria linguistica: per l'imolese doc il vocabolo "pasta" non definisce il primo piatto ma la brioche che si mangia a colazione. E, soprattutto, la "minestra" non è quella cosa brodosa che si mangia col cucchiaio ma è - credo solo in questa zona geografica - la pastasciutta, tant'è che a volte anche negli stessi menu dei locali i primi sono indicati come "minestre".
Concludendo: "minestra" nello slang imolese = "pasta" in buon italiano.
Perciò chiedo perdono, ma al mio orecchio locale quei titoli del Baccanale fanno un po' troppo "italiano fino".

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giovedì, 19 luglio 2007
Beh, l'eventone di ieri per la nostra cittadina era senz'altro la presenza di Massimo D'Alema alla festa de L'Unità. Indipendentemente dalle posizioni politiche di ognuno: perché non succede tanto spesso di avere un politico di spicco dalle nostre parti. Così, sfidando i trentaequalcosa gradi, ieri sera usciamo per sentire che avrà da dire Baffino. Programmino di minima: cena nel primo stand agibile, occhiatina al comizio e poi a nanna.
Parcheggiamo vicinissimi all'ingresso, e visto il caldo che fa è un buon inizio. Entriamo sotto il faccione del nostro ministro degli esteri che nei manifesti all'entrata elargisce ai passanti uno dei suoi caratteristici sorrisi-non-sorrisi, riprodotti anche sui volantini che ci distribuiscono. Al vedere tutte queste facce di D'Alema ci rasssicuriamo: non avendo notato manifesti in giro per la città avevamo temuto, per un istante, che il comizio fosse saltato. Il volantino poi si rivelerà un ventaglio provvidenziale sotto i teloni dello stand gastronomico.
Ci dirigiamo verso la zona magna-magna e ci troviamo in mezzo a un nugolo di flash, carabinieri, bodyguard (che altro possono essere dei tizi incravattati con occhiali da sole e auricolare, in pieno luglio?), una cinepresa, gente vestita come a un matrimonio... Riconosco il sindaco, un paio di assessori, facce assortite della politica locale. Sarebbe lusinghiero crederlo, ma non sono lì per noi: è che Massimino è arrivato nel medesimo preciso istante.
Il drappello si dirige verso il primo ristorante e all'ingresso scroscia l'applauso. Bene, ci diciamo: ora l'amico va a mangiare, quindi noi possiamo tranquillamente andarcene a trovare un tavolo da qualche altra parte che non ci perdiamo di sicuro il suo intervento.
Ci infiliamo quindi al ristorante toscano. Ordiniamo, ci disponiamo all'attesa quando improvvisamente il personale del ristorante si blocca e tutti, come un sol uomo, si affollano verso la stradina. Flash, telecamere, carabinieri, security: Baffino non si era fermato a mangiare, era solo passato a salutare e ora sta toccando un po' tutti gli stand in visita pastorale. Entra al ristorante "Con calma e con gusto", va nelle cucine, stringe mani, lo fotografano in tutte le salse. Quando scompare l'attività riprende e poco dopo arrivano i nostri tagliolini mentre sempre lui, toccate tutte le tappe, fa ritorno alla base seguìto da un piccolo codazzo di popolo. La tentazione di paragonarlo alla Madonna del Piratello in processione è troppo forte, nella mia testa canticchio come colonna sonora "Noi vogliam Dio nelle famiglieeeeeee" poi mi torno a dedicare ai tagliolini.
Finiamo giusto in tempo per un caffè al bar e andiamo a prendere posto per il comizio. Che sarà, scopriremo poi, un'intervista con un giornalista del "Riformista".
Si fanno le nove, ora fissata per l'inizio. Nessuno si fa vivo. Alle nove e quaranta, quando ormai pensiamo di andare a casa, finalmente arriva l'allegra brigata.
Intro a cura del sindaco che fa da front man, poi dopo qualche minuetto comincia l'intervista.
Lungo esordio su Hamas e sul trattarci oppure no. Battutine su Berlusconi e su Fini. Applausi ogni tre per due (secondo me un po' troppo generosi, ma visto dove siamo è comprensibile). Intanto si fa fresco, poi per me che sono molto leggera si fa davvero freddo. Quando si passa a parlare di antipolitica, giovani, disillusioni varie io sarei anche interessata ma sono ormai un pezzo di ghiaccio e maledico l'idea di non aver preso con me uno straccio di golfino.
Una bimba poco lontana da me protesta con i suoi genitori perché l'hanno portata a sentire "questa noia". Sinceramente anche se i temi ci sarebbero (sarei anche curiosa di sentire se per caso parlerà della Bindi che concorre per guidare il PD) il freddo è tanto e lui è un po'... posso dirlo? Un filino noioso. E così leviamo le tende.
Ma il vero scoop, la notizia che su nessun giornale si leggerà è un'altra: D'Alema è piccoletto. In tv sembra tanto lungo ma in realtà è piccino. Lo dico orgogliosa, ergendomi in tutta la maestosità del mio metro e sessanta.



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