Lo facciamo un po' tutti, credo: ci si siede al tavolo della pizzeria, si ordina, poi ci si dimentica quel che si è chiesto, si butta un occhio all'ordine... e si entra in un meraviglioso mondo parallelo fatto dii piatti scritti in codice (k al posto della parola caffé) e di portate il cui nome finisce nove volte su dieci per essere storpiato. Un po' perché il povero cameriere, comprensibilmente, ha fretta e risparmia sulle parole; e un po' perché alcuni piatti hanno nomi stranieri e uno non è tenuto a conoscere a menadito la grammatica di una lingua che non è la sua. Con risultati spesso sublimi.
Dopo un po' comunque una pensa di avere ormai visto tutto il repertorio: profiteroles che diventano profiterol (pronunciati ovviamente con l'accento sulla i), profitterol o proffitterol; pomodori gratin diventati, invariabilmente, gratè; paella italianizzata in paiella; crème caramel trasformata in crem caramel; speck mutato (quando va bene) in spek, o (quando va male) speak oppure (quando va malissimo) speack.
Dopo un po', dicevo, ci fai l'abitudine e nulla ti stupisce più. Fino a quando leggi che secondo la comanda ti sta per arrivare una baiarda. E quando il cameriere ta la porta, annunciando trionfante "Ecco la sua baiarda" e scandendone ogni singola lettera con estrema convinzione, tu guardi la tua paillard e ti chiedi cosa mai abbia fatto di male, quella povera fettina di carne, per essere stata così linguisticamente maltrattata.
Dopo un po' comunque una pensa di avere ormai visto tutto il repertorio: profiteroles che diventano profiterol (pronunciati ovviamente con l'accento sulla i), profitterol o proffitterol; pomodori gratin diventati, invariabilmente, gratè; paella italianizzata in paiella; crème caramel trasformata in crem caramel; speck mutato (quando va bene) in spek, o (quando va male) speak oppure (quando va malissimo) speack.
Dopo un po', dicevo, ci fai l'abitudine e nulla ti stupisce più. Fino a quando leggi che secondo la comanda ti sta per arrivare una baiarda. E quando il cameriere ta la porta, annunciando trionfante "Ecco la sua baiarda" e scandendone ogni singola lettera con estrema convinzione, tu guardi la tua paillard e ti chiedi cosa mai abbia fatto di male, quella povera fettina di carne, per essere stata così linguisticamente maltrattata.









Io in genere non sono troppo schifiltosa quanto a cibi, ma alcune cose proprio non le capisco. Il certosino, ad esempio. Credo che sia una roba tipica di queste parti, perché altrove non l'ho mai trovato. Non ho mai capito cosa ci sia di attraente in un dolce dalla consistenza pari a quella di una suola di scarpa, asciutto come la sabbia e pieno zeppo di canditi che per peggiorare le cose non sono a pezzetti ma spudoratamente a grandezza intera. Comunque so che per il resto del mondo il certosino passa per essere una prelibatezza e prendo atto.
Di recente poi ho scoperto che probabilmente il certosino non è la cosa peggiore che mente umana ha inventato. Mi hanno regalato un vasetto di un tipico prodotto inglese che si chiama "Marmite" (andrebbe pronunciato marmàit, all'inglese, ma ho come la sensazione che la pronuncia all'italiana sia più adatta). Già l'etichetta gialla e verde non mi ispira pensieri alimentari goduriosi. Quel che più mi impressiona però è il contenuto. Una sorta di sciroppo densissimo e nerastro che ricorda molto da vicino l'olio motore esausto. L'ho osservato inquieta, l'ho annusato e poi confesso di avere chiuso il vasetto. E' là nel mio frigo da giorni e mi guarda implorante, ma non trovo il coraggio di assaggiarlo. Forse la mia amica che me l'ha spedito ha voluto vendicarsi perché lo scorso Natale le avevo mandato da assaggiare una confezione di certosino.