giovedì, 05 novembre 2009
Ennesimo automobilista nervosetto che ti si francobolla al posteriore della macchina e ti lancia invettive perché rispetti i limiti. Mentre notavo nello specchietto i furiosi tentativi del bellimbusto per convincermi ad accelerare, mi scervellavo per capire come spiegargli che:

a) se davanti a noi c'è la fila, accelerare non serve a nulla perché dopo pochi metri si deve rallentare di nuovo;
b) ugualmente non serve accelerare se poco più in là c'è una rotonda alquanto trafficata;
c) incidentalmente, in città ci sarebbe anche il limite dei cinquanta;
d) altrettanto incidentalmente, correre in via Tiro a Segno è pure pericoloso;
e) sempre incidentalmente, via Tiro a Segno è ambita postazione per il controllo del traffico da parte di vigili-carabinieri-polizia;
f) lui non è in corso Como, non è né agile né tranquillo, non ha una Porsche. Gli piacerebbe, magari, ma purtroppo non è così;
g) che poi non gli conviene tanto, visto come va a finire quello di corso Como.

E siccome non sono proprio riuscita a trovare il modo per spiegargli tutte queste cose qui sopra, e lui non pareva volerle capire, all'ennesima strombazzata ho fatto una cosa che, giuro, non ho mai fatto in vita mia: ho accennato a un gestaccio.

Lolapaloosa, tiè.
 
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venerdì, 02 gennaio 2009
Complice il gelo, il ponte e la grave penuria di derrate alimentari causata dalla chiusura dei negozi di ieri, i circa sessantamila abitanti della mia cittadina si sono dati tuttti appuntamento oggi pomeriggio al Centro Leonardo. E mentre anch'io, pigiata nella folla dei sessantamila, mi lasciavo trasportare dai tapis roulant affioranti dal sottosuolo, mi ponevo una delle grandi domande dell'umanità: ma per quale strano motivo nei centri commerciali la gente, quando arriva alla fine del nastro trasportatore, si ferma sistematicamente a due centimetri esatti dal bordo, costringendo chi arriva da dietro a fare lo slalom per non provocare tamponamenti a catena? E perché poi questi ultimi, appena usciti dal nastro, fanno esattamente la stessa cosa?

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martedì, 16 ottobre 2007
Sperimentata per la prima volta la rotonda dell'incrocio della morte, quello della Selice. Non come automobilista: come pedone. La mia missione, scendere dal Pincio e portarsi sulla Selice interna.
Esito: scontato il sollievo per quella rotonda che, stando a quanta gente ha lasciato le penne su quell'incrocio, era forse la cosa più necessaria nella mia città. Io però in qualità di signora appiedata sono stata piacevolmente sorpresa dalla presenza di un marciapiede proprio sotto al Pincio. Prima non c'era. Ora, finalmente, scendere le scale non genera più quell'effetto-ernestocalindri.
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venerdì, 12 ottobre 2007
Devo assolutamente sapere da dove veniva quella maglietta con la scritta "IMOLA" stampata tricolore sul petto. Magari il tizio che la indossava legge questo blog, chissà.
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mercoledì, 11 aprile 2007
Alcune cose mi fanno quasi sentire in una città grande. I mendicanti ai semafori, per esempio, sono un malinconico elemento tipico di località ben più vaste della nostra; ma anche noi di recente, purtroppo, lo stiamo conoscendo negli ultimi tempi. Si vede che il racket ha deciso di allargare il mercato.
Ma potevamo limitarci ad assorbire la moda così, in modo passivo? No di certo. Un pizzico di creatività ci voleva.
E così fonti assolutamente fededegne mi segnalano che stamattina i mendicanti, assieme al solito cartello "venti figli - no lavoro - prego aiuta me", si aggiravano tra le auto in fila ai semafori offrendo copie di "Svegliatevi!". Sì, proprio il giornale dei testimoni di Geova.
Questo si chiama saper fare marketing, gente.
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lunedì, 19 marzo 2007
Ci sono giorni in cui un provinciale guarda agli abitanti delle lande confinanti con sussiego: e son momenti in cui ci si sente qualcuno.
Scena: ieri sera, autostrada A14, direzione Rimini. Una segnalazione luminosa ci avverte che verso Cesena c'è un incendio. Procediamo con gli occhi ben aperti, ci aspettiamo un'auto col motore in fiamme; si tratta invece di un focherello a lato della strada, ormai spento. Meglio così.
Poco oltre, la mia attenzione viene catturata da un altro focherello. Stupiti commentiamo la curiosa coincidenza di due incendi così vicini. Più avanti, ennesimo focherello. Avanti ancora e un altro fuochino, poi un fuocone, poi la campagna è punteggiata di fiamme rossastre qua e là. Il fumo comincia a farsi sentire anche nell'abitacolo: vorrei vedere, con il vento fortissimo che tira è il minimo. Manca solo che da qualche parte spunti il Trovatore e intoni "Di quella pi-i-i-i-raaaa l'orrendo fo-o-o-o-cooo".
Siamo interdetti. Cosa diavolo sta succedendo?
Di colpo mi viene in mente la spiegazione. Le focarine di San Giuseppe! E dire che me lo avevano anche raccontato, solo che pensavo fosse una usanza di tanti tanti secoli fa, ormai dimenticata. E' praticamente quel che da me si chiamava "lom a merz": accendere i fuochi per fare luce al mese di marzo in modo che trovi la strada e porti la bella stagione. Ma da noi non si usa più.
Invece oltreconfine la cosa la prendono ancora maledettamente sul serio, scopriamo. Sembra di essere a Natale, quando sei perseguitato dai Santa Claus appesi ai balconi in ogni dove.
Il problema è che quando hanno inventato le focarine non c'erano ancora le autostrade. Ma i discendenti degli inventori devono aver perso questo importante particolare: imperterriti e allegri perpetuano la tradizione accendendo i loro fuochi a pochi metri dalla carreggiata. Creando, anche con l'apporto decisivo del vento, un simpatico effetto "concerto dei Pooh", a uso e consumo del traffico.
Per una frazione di secondo ci siamo sentiti qualcuno: noi queste cose non le facciamo, noi. Noi ci limitiamo civilmente a commemorare l'usanza con una simbolica fascina in piazza: una bella fiammata, qualche gruppo locale che si esibisce, un paio di bancarelle proprio se si vuol strafare e via.
Primitivi... pfui!
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martedì, 06 febbraio 2007
Caspita, queste sono le cose che fanno tanto "grande città": anche qua, stamattina, c'erano le file delle auto ai distributori. Volevo fare benzina ma non c'è stato niente da fare. E dire che lo sciopero cominciava solo stasera.
Tanto a me piace camminare, il pieno lo facevo giusto per scrupolo.
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venerdì, 17 novembre 2006
HermèsBirkinBagSarà la prima nebbiolina di stagione, ma stamattina ho sentito avvicinarsi l'inverno. E con l'inverno attendo trepidante la comparsa di un tipico animale di provincia: la signora-con-Birkin.
Per spiegarmi devo fare una premessa.
Esattamente come i rapper di oltreoceano la vera signora di provincia aborre il minimalismo, perchè per costei è imperativo ricordare al mondo che lei, i soldi, ce li ha (o li ha il marito). La vediamo quindi, inconsapevole dello scempio, sfoggiare improbabili mises in cui parole quali "accostamento", "buongusto", "abbinamento", "misura" sono lemmi privi di significato.
Il vero colpo di grazia ammazza-gusto, però, è dato dalla borsa: e qui vengo al dunque.  Il trionfo della signora di provincia è la Birkin bag malmaritata: portata cioè sopra l'opulenza di una pelliccia di visone, un cappello di feltro con taglio simpaticamente mascolino e a volte una vera penna d'uccello infilata nella fascia, un paio di scarpe sportive con suola in gomma ma firmatissime e decorate con mezzo chilo di strass, calze pesanti e colorate e nelle giornate più fredde una sciarpona tricottata, con frange lunghe venti centimetri, annodata rigorosamente fuori dal bavero del visone. Non bastasse l'abbinamento drammaticamente infelice, la Nostra  dimentica che indossare una Birkin non fa automaticamente donna elegante: richiede non solo molte migliaia di euro ma anche dosi industriali di grazia e naturalezza nel portamento. Ma la signora di provincia pensa di essere strafiga anche se la Birkin la infila di traverso, a tracolla, "mode antiscippo on". Ed è proprio ques'ultimo particolare che grida vendetta: non si porta una Birkin come fosse una sacca di Guru, diamine!
Che Hermès la perdoni, comunque, la signora: in fondo è simpatica così.
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