giovedì, 05 novembre 2009
Ennesimo automobilista nervosetto che ti si francobolla al posteriore della macchina e ti lancia invettive perché rispetti i limiti. Mentre notavo nello specchietto i furiosi tentativi del bellimbusto per convincermi ad accelerare, mi scervellavo per capire come spiegargli che:

a) se davanti a noi c'è la fila, accelerare non serve a nulla perché dopo pochi metri si deve rallentare di nuovo;
b) ugualmente non serve accelerare se poco più in là c'è una rotonda alquanto trafficata;
c) incidentalmente, in città ci sarebbe anche il limite dei cinquanta;
d) altrettanto incidentalmente, correre in via Tiro a Segno è pure pericoloso;
e) sempre incidentalmente, via Tiro a Segno è ambita postazione per il controllo del traffico da parte di vigili-carabinieri-polizia;
f) lui non è in corso Como, non è né agile né tranquillo, non ha una Porsche. Gli piacerebbe, magari, ma purtroppo non è così;
g) che poi non gli conviene tanto, visto come va a finire quello di corso Como.

E siccome non sono proprio riuscita a trovare il modo per spiegargli tutte queste cose qui sopra, e lui non pareva volerle capire, all'ennesima strombazzata ho fatto una cosa che, giuro, non ho mai fatto in vita mia: ho accennato a un gestaccio.

Lolapaloosa, tiè.
 
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martedì, 22 settembre 2009
Stamattina passando per il centro mi sono resa conto che qualcosa non andava. Non era ancora ora di chiusura, ma la mia vetrina preferita, quella davanti a cui mi fermo sempre a vedere se ci sono cose nuove, era spenta e in negozio non c'era nessuno. Bah, mi son detta, questi hanno uno strano concetto dell'orario di apertura. Però poi sono andata oltre e ho visto che anche il negozio di fianco era spento. Sciopero improvviso dei negozianti? Coprifuoco? Evacuazione di massa? Mi sono guardata attorno: vetrine tutte spente, commercianti in strada con le braccia allargate, allarmi che suonavano e porte elettriche dei negozi aperte a forza: macché fuga, era un black out coi fiocchi che stava complicando la vita non poco ai molti negozi del centro.
La cosa è andata avanti per un po', finché la luce non è tornata e la via in cui ero è esplosa in un "Ooooooooh!" corale di immenso sollievo e tutti sono rientrati al lavoro. Gioia breve, però, perché pochi minuti dopo la storia si è ripetuta altre due o tre volte almeno. Diciamo, insomma, che stamattina chi vive e lavora in centro ha dovuto usare una buona dose di pazienza.
Vediamo allora se indovino qualche titolo dei giornali di domani: "Black out a raffica, commercianti furiosi", "Salta la luce, clienti bloccati nei negozi", "Tutti al buio, panico in centro".
Se mi ci avvicino anche solo un po' ho deciso: mi faccio un regalo. Comprato in un negozio del centro.
 
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giovedì, 17 settembre 2009
Finisce un'estate schifosamente calda e umida, con grande sollievo si torna a respirare, a dormire la notte e a fare una vita umana: da ipotesa ne sono sommamente felice. Ma c'è una cosa per cui la fine di questa stagione mi provoca dispiacere: non rivedrò più i miei tre fidanzati.
Già, perché io in questi ultimi giorni di calura mi ero fatta tre morosi in un colpo solo. E ormai mi sa che li ho persi.
Era successo una mattina alle Acque, quando alla fine della mia corsetta stavo lì a stirare le mie fiacche membra. Mentre mi godevo quella bella stanchezza da fine fatica e allungavo i muscoli con meticolosità, mi sono accorta che tre maschietti avevano preso a puntarmi. E quando dico maschietti intendo proprio piccoli cuccioli d'uomo di sesso maschile. Avranno avuto tre-quattro anni a dir molto, erano accompagnati oguno da un adulto (papà, zio, fratello maggiore o che altro) e mentre i grandi se ne stavano a debita distanza loro hanno cominciato a girarmi attorno, prima da lontano e poi sempre più vicini. Sulle prime pensavo che fosse un loro modo di giocare, ma quando hanno preso a piantarmisi proprio sotto al mio naso e a guardarmi fissa, esibendosi in inchiodate eroiche con la biciclettina a rotelle a un millimetro dai miei piedi ho capito che probabilmente io c'entravo qualcosa.
E qui è stata determinante la loro compagnia: se al posto di padri-fratelli-zii ci fossero state madri-sorelle-zie, a questo punto sarebbe di sicuro partito un: "Bambini, lasciate stare la signora che la disturbate!". Invece io sono sicura che il trio di adulti non solo non avesse alcuna intenzione di richiamarli, ma stesse pure a compiacersi del fatto che i loro pargoli, ancora così virgulti, fossero già tanto portati al tacchinaggio.
Così ho pensato chese avessi continuato a ignorare Qui, Quo e Qua, con tutto l'impegno che ci stavano mettendo a farsi notare, sarei stata una vera carogna e al primo sguardo che mi hanno lanciato gli ho fatto un sorriso. Non aspettavano altro. Uno si è scatenato in esibizioni ciclistiche e strilli eccitatissimi, un altro si è piazzato davanti a me e mi guardava adorante, come se stesse contemplando la Madonna. Il terzo, intraprendente, mi ha chiesto: "Cosa stai facendo?".
Gli ho risposto che stavo facendo una cosa che si chiama stretching e che faceva tanto bene ai muscoli. E lui, pronto: "Anche il mio dado fa stretching sai". Dopo di che mi hanno mostrato le loro abilità di piloti a due ruote e hanno alternato i loro show con corse e urletti attorno a me, senza un motivo preciso. Mi sentivo una specie di totem circondato da un nugolo di indianini urlanti.
Fra un rituale di seduzione e l'altro io ho finito i miei esercizi e ho fatto per andarmene, loro mi hanno chiesto dove stessi dirigendomi e io ho spiegato che era ora di mangiare e così andavo a preparare la pappa.
Il nostro primo appuntamento è finito lì.
Qualche giorno dopo ho rivisto uno dei tre, il più timido: mi ha adocchiata, si è fatto vicino e ha cominciato lo stesso balletto della volta scorsa. Ma prima che lui trovasse il coraggio di dichiararsi nuovamente è stato richiamato all'ordine da un paio di signore (mamma? zia?) che lo hanno portato via. 
E poi è venuto il maltempo e io non sono più andata a correre alle Acque perché il terreno è troppo umido. E probabilmente non ci tornerò più fino alla prossima estate. E quando ci tornerò magari i miei tre morosi avranno altre donne per la testa, magari più giovani e belle di me, e non si ricorderanno più del nostro amor perduto.
Così finiscono gli amori estivi, ahimé.

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mercoledì, 02 settembre 2009
Qualche giorno fa sono rimasta a secco con l'ADSL. Il black out è durato parecchio, così ho avuto modo di conversare spesso con l'assistenza Telecom. Ho quindi potuto sperimentare le diverse tesi a proposito del mio guasto, che qui riassumo brevemente.

1 - Non si preoccupi, è un problema che risolviamo entro 48 ore.
2 - (Dopo che la linea, tornata quasi subito, è sparita nuovamente) Non si preoccupi, facciamo un sollecito per risolvere il problema entro altre 48 ore.
3 - (Allo scadere delle 48 ore) Probabilmente il guasto è più grave del previsto, speriamo di risolverlo entro oggi perché essendo venerdì poi i tecnici si rimettono al lavoro solo lunedì, mi spiace.
4 - (A 48 ore ormai scadute) Per oggi non se ne fa nulla, se ne riparla domani, sabato, ma solo di mattina.
5 - (Di sabato mattina) Mah, non so se entro stamane ce la fanno, ma domani, domenica, verso sera i tecnici dovrebbero rimettersi all'opera.
6 - (Di lunedì mattina) Non è colpa nostra, io da qui la vedo a posto: probabilmente è lei che ha dei filtri male impostati sulla linea.
7 - (Di lunedì pomeriggio) E' colpa nostra, c'è un guasto su tutta la zona e ciò richiede più tempo di una normale linea da riparare, comunque facciamo un sollecito.
8 - (Di martedì mattina) E' colpa nostra, si è rotto un cavo e tutta la zona è scoperta, comunque facciamo un sollecito e vediamo cosa succede.
9 - (Di mercoledì) Vedere versioni 7 e 8.
10 - (Di giovedì) Entro domani dovrebbe tornarle la linea, ma siccome non siamo riusciti a ridargliela entro 48 ore come previsto le spetta un risarcimento che potrà chiedere al 187.

Attimo di incredulità, poi chiedo alla signorina di cui alla tesi numero 10 di ripetere. Ripete.

11 - (Di venerdì) La linea tornerà oggi, però le spetta un risarcimento per i giorni di connessione persi.

Allora è proprio vero.

La linea torna, finalmente. E sì, in questi casi è previsto un risarcimento per tutti i giorni oltre ai due normalmente previsti per la riparazione. Mi aspettavo una serie di procedure infinite, codici e password da impostare, segno zodiacale compreso ascendente, domande segrete eccetera... e invece senza dovere far nulla mi dicono che il rimborso arriverà direttamente sulla prossima bolletta. Mi sembra tuttora troppo bello, per me succede qualcosa per cui il rimborso non arriva. Comunque, nel caso qualcun altro si trovasse nella mia situazione, sappia che può provarci.
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mercoledì, 19 agosto 2009
... o nuovo Pronto Soccorso che dir si voglia. Già, perché dopo aver letto della solenne inaugurazione di qualche tempo fa ora ho anche avuto modo di testarlo. Niente di grave, comunque: solo una gita turistica in veste di accompagnatrice fra medico di base, ospedale di Castel San Pietro, Pronto Soccorso di Imola e ospedale vecchio. E visto che tutte le altre mete già le conoscevo io ero particolarmente curiosa di vedere da vicino questo famigerato DEA.

Primo dubbio: troveremo subito il posto? Per fortuna la risposta è stata "sì": le indicazioni erano chiare, così ci siamo infilati di primo acchito nella giusta direzione. Abbiamo pure beccato il parcheggio giusto al primo colpo. E abbiamo trovato l'ingresso pedonale senza problemi. Fin qui, dunque, tutto bene.

Secondo dubbio: e una volta entrati dove si va? Già, perché uno si aspetta un bancone di accettazione subito all'ingresso e invece niente di tutto questo: ci si trova invece davanti a un lungo corridoio che pare aprirsi verso il nulla. E che coomunque non porta al Pronto Soccorso, perché al Pronto Soccorso si arriva per un corridoietto sulla destra. Non è propriamente introvabile, questo no, però uno che magari ha una certa urgenza e non ha tempo o calma o lucidità per guardarsi attorno avrebbe forse piacere di imbattersi nell'accettazione appena varca la soglia.

L'atrio, una volta si è capito che lì è dove si deve andare, è ampio e luminoso (non per effetto delle finestre, che scarseggiano, ma per le luci artificiali: come diavolo farà chi ci lavora di giorno?). Ci avviciniamo al banco, ci accolgono subito, ci assegnano il codice (verde) spiegandoci che se ci saranno delle emergenze più gravi passeranno ovviamente davanti a noi e ci indicano le salette d'attesa. Non possiamo certo sapere quanto tempo dovremo aspettare ma c'è un utilissimo monitor che indica il numero di persone in attesa e i loro codici, così possiamo farci un'idea di quanta gente abbiamo davanti e seguire lo smaltimento delle priorità. Idea geniale.

Dopo un tempo a dir la verità piuttosto contenuto arriva il nostro turno. La visita si conclude con il rimando al giorno successivo perché lo specialista è presente solo in casi più gravi. Vabbé. Un po' cervellotico poi il concetto che, dopo la visita specialistica urgente (da fare all'ospedale vecchio) si dovrà tornare lì di nuovo per "chiudere la pratica". Ma vabbé anche qui.

Il giorno successivo - cioè oggi - andiamo all'ospedale vecchio. La situazione è un po' "naif": l'orario comunicato non corrisponde proprio con esattezza, alcuni pazienti vengono mandati via erroneamente perché lo specialista secondo qualche infermiera non verrà, si sta ammassati in una saletta d'attesa senza aria condizionata con una temperatura esterna sul tropicale spinto... ma alla fine tutto (tranne il caldo insopportabile) si mette per il meglio. Ultima passata al nuovo Pronto Soccorso, come previsto, e fine della storia.

Conclusioni: personale educato e disponibile, accessibilità dei luoghi facile e chiara, condizioni di attesa buone all'ospedale nuovo (standig ovation per lo schermo con l'ordine d'attesa) ma invereconde all'ospedale vecchio, dove l'assenza di aria condizionata è davvero difficile da accettare trattandosi fra l'altro di un luogo ove la gente, presumibilmente, non brilla di salute già di suo.
Poi sarebbero possibili alcune piccole migliorie, cose proprio minori ma magari utili: ad esempio se per passarsi i documenti fra loro usassero la intranet o chiedessero a qualche impiegato magari potrebbero evitare di usare i pazienti da fattorini, ma tant'è.

Il momento più surreale comunque non è stato dentro al Pronto Soccorso ma per strada: quando, infilatici nella Bretella, ci siamo trovati fra lo sgomento e il comico a chiederci dove diavolo fossimo finiti e dove dovessimo dirigerci per uscire da quel nugolo di rotonde, svincoli e budelli. Persi nella nostra amata cittadina, che conosciamo a menadito: già ci vedevamo lanciare un SOS ad amici e conoscenti. E' stato lì che  abbiamo rivolto un devoto pensiero all'anziano in Panda cantato da Pradsky. In ogni caso tranquilli: non ne abbiamo trovato traccia, segno che alla fine ce l'ha fatta a rincasare dalla sua signora.

 
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lunedì, 10 agosto 2009
A me spiace disturbare gente che potrebbe occuparsi di questioni molto più gravi. Ma se hai la vicina bloccata in ascensore, il servizio assistenza non si degna di risponderti, è quasi ferragosto e le temperature non sono propriamente amichevoli, cosa puoi fare se non chiamare i vigili del fuoco?
E così ho fatto. Dando il via alla classica situazione di cui tra vicini si parlerà almeno per tutto il giorno, se non anche per i giorni a venire.

Nella mia suprema ingenuità io credevo che le cose sarebbero andate più o meno così: lemme lemme giunge una semplice macchina di servizio con un tranquillo paio di persone e due attrezzi in croce e costoro si mettono lì in tutta calma a fare il loro lavoro nell'ndifferenza generale.

Invece le cose sono state un po' più scenografiche: mentre infatti il centralino mi richiama per avvisarmi che la squadra è in arrivo e mi suggerisce di rendermi visibile sulla strada, sento un suono come di sirene. Mi dico: "Ma dai, non possono essere loro, addirittura con le sirene". Guadagno comunque in tutta fretta l'accesso sulla pubblica via con plastiche e armoniche falcate (e ho pure il tempo di notare quanto bene faccia in questi casi essere usi a correre) e me li vedo arrivare nel loro pieno splendore: non con il furgoncino che mi immaginavo, ma con il camion delle grandi occasioni, quello grande, a lampeggianti blu accesi, sirene spiegate e cinque-pompieri-cinque a bordo, di cui quattro entrano baldanzosi sulle scale per compiere l'opera di liberazione e uno resta fuori.
E' piuttosto buffo, ma il mio pensiero al vedere tanto dispiegamento di forze è stato: "Oddio, cosa diavolo ho messo in moto? Non mi diranno mica che li ho fatti uscire per una stupidaggine e che dovevo continuare a chiamare l'assistenza?".

Nel frattempo i vicini buttano l'occhio fuori. Qualcuno scende a parlare col quinto angelo custode mentre i suoi colleghi sono dentro. C'è anche chi teme, comprensibilmente, che stia bruciando qualcosa. Insomma, una di quelle situazioni con cui riempire le chiacchiere della giornata e magari anche di quella successiva.

Nel frattempo per le scale tutto si risolve in un tempo veramente irrisorio: pochi minuti e l'ascensore è aperto, la vicina sana e salva e la porta dell'ascensore sigillata con un bel cartello "Guasto". Dio benedica i vigili del fuoco ora e sempre: quando ci mettono le mani loro ti danno sempre l'impressione che tutto sia semplicissimo e serva veramente poco a far le cose.
 
Scena finale che ricorda tanto un vecchio western: i cinque riguadagnano il camion camminando tutti perfettamente affiancati, risalgono sul mezzo e se ne vanno.
Un sole che cala all'orizzonte e i titoli di coda che scorrono, a questo punto, sarebbero perfetti.

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lunedì, 29 giugno 2009
Di nuovo al lavoro, e di nuovo alla tastiera. Molto orgogliosa dei miei progressi con il francese (sono stata a Parigi per qualche giorno), posso annunciare al mondo che per la prima volta sono riuscita a fare qualcosa di molto simile a una conversazione con dei nativi d'Oltralpe. Gloria eterna dunque a Livemocha, il mio mentore virtuale, come pure a Le Parisien (il mio riferimento per la lettura) e al notiziario di France 24 (per esercitarmi a capire il parlato). E ne devo prendere atto: questo fatto del dialetto che somiglia al francese è assai vero. Tant'è che a un certo punto io pensavo di parlare come Asterix il gallico e invece mi scivolavano fuori delle ignobili espressioni geneticamente modificate un po' francesi e un po' romagnole di cui qualche anima buona mi ha avvertita. Ma in fondo sono solo poche settimane che ci sto provando, per migliorare c'è tempo.

In ogni caso, sintetizzando: grande divertimento associato a grande sfacchinata. Mostre, negozi, giri in quartieri pittoreschi e poco turistici, grandi magazzini, metrò a dosi industriali. Ma quello che mi ha colpito di più è stato forse il comportamento dei parlamentari francesi: li ho beccati per caso su un canale TV durante una loro seduta, ed è stato come trovarsi per un istante a casa. Rumoreggiano, fanno le facce, fanno buuuh, si sbracano, strillano, si spintonano. Ho guardato con attenzione se per caso qualcuno di loro si stesse mangiando delle fette di mortadella o agitasse delle manette, oppure ancora sventolasse un cappio: niente, quell'armamentario almeno per ora rimane una nostra luminosa prerogativa. Ma per il resto devo concludere che incredibilmente, scandalosamente, sorprendentemente (e ben poco dignitosamente) le sedute parlamentari francesi sono uguali a quelle italiane. E io che mi credevo.

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mercoledì, 10 giugno 2009
OK, mi sono creata un account su Twitter. Ora spero solo che il dio dei tecno-imbranati mi assista per capire come inserire il box nel blog.
A cosa serve tutto questo? Presto detto: mi sono talmente abituata all'idea di mettere qui le mie disavventure che in vacanza mi mancherebbe troppo questa simpatica consuetudine. E siccome sto per partire per qualche giorno di ferie (non subitissimo, però: è che io sono una donnina previdente e mi attrezzo per tempo) mi dò da fare per non sentire l'astinenza.
Sempre che l'operazione vada in porto. Per massima sicurezza ora mi apro un blog parallelo di prova, ci pasticcio un po' e quando mi sono impadronita della materia tento l'operazione. Speriamo bene.
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giovedì, 04 giugno 2009
Me ne andavo con una certa fretta per il centro, ero un po' in ritardo sulla mia tabella di marcia e già potevo dirmi soddisfatta di aver trovato del pane in tarda mattinata. D'un tratto l'occhio mi è caduto su una macchina con un lampeggiante applicato sul tetto, di quelli che piazzi lì solo quando serve. Siccome andavo veloce tutto è accaduto in una frazione di secondo: ho notato il lampeggiante, ho pensato che quella fosse la scorta di qualcuno di grosso, mi sono chiesta chi mai si muovesse su una macchina del genere (una Sonica), mi sono guardata attorno senza vedere nessun assembramento particolare, ho concluso che forse la macchina era parcheggiata lì in attesa di qualcuno che se ne stava in giro da qualche parte.

E mentre condenso, sempre con passo svelto, tutte queste riflessioni dondolando la mia sportina del pane... quasi sto per scontrarmi con un tizio che, nell'indifferenza generale, si avvicina alla macchina e si piazza lì ad aspettare altra gente. Questa faccia non mi è nuova, dico fra me. Eh, già, certo che non mi è nuova: ho appena rischiato di travolgere Carlo Giovanardi. Che ha da poco terminato un comizio elettorale in piazza qui da noi e sta per andar via, tra la pressoché totale indifferenza dei passanti (del resto, sai com'è: in quanti vuoi che se lo filino uno del centro destra, da 'ste parti).

Per fortuna non gli sono finita contro: già mi vedevo - io e la mia pagnotta - buttate a terra da un nugolo di bodyguard spuntate dal nulla che mi interrogavano su cosa fosse quell'oggetto dalla forma sospetta che tenevo in mano, mi sciorinavano i miei diritti e mi pemettevano di fare una sola telefonata, possibilmente al mio avvocato.
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giovedì, 30 aprile 2009
Me ne sto tranquilla a comprare due cosette al supermercato perché c'è la doppia (puro slang locale, credo, per indicare che oggi si fa la spesa per due giorni), quando la mia attenzione è carpita da un vociare femminile abbastanza imbufalito. Vado avanti con i miei acquisti ma la voce imbizzarrita non smette. Scopro la fonte: è una signora del personale, parecchio irritata perché - pare - qualcuno l'ha accusata ingiustamente di piazzare nel banco prodotti scaduti: ma essa ha controllato puntualmente e non le risulta esserci un solo articolo incriminato, così ora sta setacciando il negozio palmo a palmo per farlo presente a questa persona. E, dal fare per nulla pacifico, immagino che se la troverà non si limiterà a dirle sorridente: "Sa che si sbagliava? Ohibò! Forse c'è stato un equivoco!".
Io procedo lemme lemme, mi infilo nel carrello un po' di frutta, una busta di verdura, un litro di latte, formaggio, pane ma la scena continua. Così una piccola percentuale del mio cervello rimane focalizzata sulla caccia al colpevole e mi dico: "Ah, questa storia va dritta dritta nel blog, garantito!".

E, come nei migliori colpi di scena, mentre io faccio la fila per pagare finamente la signora scova la sua preda tra i clienti in coda: è una donna con cui inizia, nel bel mezzo delle casse e degli altri clienti, un mezzo duello rusticano. Le due tesi a confronto essendo le seguenti:

Tesi A - La cliente ha erroneamente scambiato per data di scadenza quella che in realtà indica il confezionamento del prodotto.
Tesi B - La cliente ha visto giusto: la data è effettivamente quella di scadenza. Il prodotto è davvero scaduto.

Poiché nessuna delle due tesi appare prevalere con sufficiente forza, la cliente viene invitata a tornare fra gli scaffali per verificare di persona. Ma essa rifiuta decisa, sostenendo di non avere tempo da perdere. Finisce a schifìo con invettive reciproche, un pareggio a reti inviolate e molta tensione in campo.

Ma ci sono degli sviluppi imprevisti: tornata a casa mi sono accorta che ho comprato del latte parzialmente scremato. Io lo bevo intero. Mi sono talmente distratta a seguire gli sviluppi della contesa che ho sbagliato acquisto. Bella figura, io e le mie elucubrazioni su blog, post e scene di vita quotidiana.
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