giovedì, 26 febbraio 2009
Mi spalmo sulla vetrina per ammirare, esaltata dal fatto di poterli vedere esposti proprio qua, i sandali di René Caovilla (IL sandalo per eccellenza, alla faccia di tutti i Manolo Blahnik e Jimmy Choo e i Sex and the City di questo mondo). E il largo sorriso che stava per stamparmisi in faccia mi si blocca.
Una Peekaboo Fendi se ne sta mollemente adagiata in vetrina con - orrore! - le plastichine che coprono le parti metalliche.
Non si fa.

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mercoledì, 25 febbraio 2009
I Fantaveicoli sono finiti sul TG2, ieri sera, per una manciata di secondi. Credo, oltretutto, che non fosse la prima volta; o forse l'anno scorso erano finiti su un altro TG.
Boh, a me continuano a sembrare una roba un po' così così, magari però mi sbaglio.
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martedì, 24 febbraio 2009
E' successo ancora. La Cupola della moda si è riunita nuovamente (perché per me può essere solo questo il motivo per cui di botto tutti i negozi ti vendono la stessa cosa, con la stessa fantasia o la stessa identica nuance di colore).
Stavolta ha decretato che nei prossimi mesi va il pitonato, o il coccodrillato, o comunque viva le scaglie di rettile un po' ovunque. L'ho capito quando ho notato una borsetta con questa fantasia in un negozio e ho pensato: "Massì, dai, se la abbini con giudizio può anche essere carina". Poi ho rivisto la stessa fantasia in un altro negozio poco lontano. Poi l'ho rivista in una bancarella. E dopo aver ritrovato la stessa decorazione a scaglie in tre o quattro posti quella che inizialmente mi pareva una decorazione anche bellina mi è diventata francamente un po' fastidiosella.
Poi, colpo di grazia: oggi ho aperto Marie Claire di marzo e mi sono beccata una pubblicità a doppia pagina delle nuove proposte di Prada. Indovinate un po': borse (e pure vestiti) coccodrillate, pitonate, lucertolate. Anzi, in quel caso direi proprio fatte di rettile vero, poverino.
Potrei chiamarlo "effetto Hello Kitty": prima che la micia dal fiocco rosa fosse sparsa un po' ovunque su maglie, scarpe, borse, quaderni et similia a me piaceva un sacco. Ora, che te la infilano in ogni dove, non ce la faccio più. Ho la saturazione.

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lunedì, 23 febbraio 2009
Non so se sia vero. Fatto sta che - così mi hanno detto - le scuole oggi e domani sarebbero chiuse per... carnevale.
Sono pericolosamente tentata di pensare che "roba da non credere, ai miei tempi invece..." e via andare.
Ma forse mi hanno raccontato solo una gran balla e io ci ho creduto.
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venerdì, 20 febbraio 2009
Mancava solo questa: l'idea di usare il fu autodromo come location per riesumare la defunta Fiera del Santerno. Per fortuna ci hanno pensato.
Ottimo: due cadaveri al prezzo di uno.

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giovedì, 19 febbraio 2009
Fitwalking

E così qualcuno si è inventato anche questa variazione alla tecnica tradizionale: la corsa con le mani in tasca.
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mercoledì, 18 febbraio 2009
Allora: vado qualche giorno a Parigi, tutti mi chiedono indicazioni scambiandomi - non so perché - per una del luogo e io a malapena so spiaccicare due parole in francese.
Vado a Torino, sono al centro commerciale che sta dentro all'ex Lingotto e sto ammirando il rigoglioso giardino interno quando una signora mi fa: "Da che parte si passa per entrare nel giardino?".
Il bello è che invece a casa mia, quando sarei ben lieta di rispondere e di aiutare concretamente qualcuno che si è perso, nessuno mi chiede nulla.

La prossima volta che vado fuori città bisogna che mi metta una maglietta con scritto: "Non chiedete a me, non sono di qui".

martedì, 17 febbraio 2009
Ci sono delle cose con cui uno cresce e a cui si abitua al punto da darle per scontate e universali. Poi però ci si rende conto che non sono affatto universali come le si crede. Le espressioni linguistiche, ad esempio: che certi modi di dire siano strettamente locali lo capisci solo quando parli con gente di fuori e vedi le loro facce prendere la forma del punto interrrogativo (il che è reciproco, io la prima volta che sentii dire "i mestieri" per indicare i lavori di casa caddi dal pero).

Tutto questo premesso, c'è un tipico scambio verbale delle mie parti che mi fa impazzire. Quando il negoziante vuole sapere se desideri altro, e tu sei a posto così, il negoziante chiede: "Altro?". E qui si vede l'imolese doc. Il forestiero risponde cose come "No grazie" o "Nient'altro": mentre la vera risposta imolese è "Altro!". Che non vuol dire "Voglio altre cose", ma per l'appunto proprio il contrario.

Ora, la mia curiosità è: dove arrivano i confini di questo modo di dire? A Castelbolognese si fa? A Castel San Pietro si fa? A Borgo Tossignano si fa?
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mercoledì, 11 febbraio 2009
La fortuna di vivere in provincia è anche questa: che quando si è fuori dai grandi circuiti un negozio del centro può tranquillamente esporre in vetrina la copia, identica sputata, di una celeberrima borsetta di un celeberrimo marchio straniero. Accompagnandola con un cartello, tanto per non lasciare adito a dubbi, in cui sta scritto il nome del modello clonato: sì, proprio quel nome a cinque lettere che finisce per ipsilon e che fa sognare molte signore. Tutto questo senza che nessuno della Casa originaria, probabilmente, se ne accorga mai.
Fantastico.




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martedì, 10 febbraio 2009
Da quel che leggo in giro pare che io sia riuscita a rientrare proprio prima che su quella zona di Francia si scatenasse il finimondo meteorologico, con tanto di voli bloccati e delizie assortite. A parte questo, ho preso una grave decisione: anche se non conosco le regole, mi cimenterò seriamente con il francese. Primo, perché continuo a essere fermata per la strada da gente che mi chiede indicazioni e io non ne posso più di rispondere con il mio più bel sorriso jenparlpafranséjesuisdèsolé (però questa frase dai e ridai l'ho imparata perfettamente, eh). Ma soprattutto perché mi rendo conto di perdermi delle scene assolutamente meravigliose. Cito a titolo di esempio due eventi fra i tanti.

Dunque, me ne sto bella tranquilla al Monoprix (una specie di UPIM) degli Champs Elysées e passo in minuziosa rassegna la zona "creme e cremine". Si fanno delle scoperte fantastiche, con tutte quelle marche sconosciute in Italia. Per non parlare poi di quelle note anche qui ma che là vendono prodotti a me ignoti, tipo il burrocacao della Garnier o le maschere monouso per il viso di L'Oreal. Son soddisfazioni impagabili. Bene, ho quasi terminato la mia esplorazione e sto per andarmene quando mi accorgo che poco lontano da me c'è un signore di mezza età dall'aria chiaramente spaesata, con un'espressione del genere "ma chi diavolo me l'ha fatto fare", che disperatamente ravana fra tubetti e flaconi cercando di capirci qualcosa. La sua presenza è talmente anomala che vengo catturata dalla scena e lo seguo con la coda dell'occhio. Quando si dice andarsele a cercare: il tizio non aspettava di meglio. Appena si accorge di me mi mostra un tubetto chiedendomi con sguardo implorante e inglese smozzicato "cream for oily skin please?". Mi muovo a commozione. Poverino, starà cercando una crema per la figlia o la moglie, avrà avuto precise consegne e ora non saprà come uscirne. Gli spiego in inglese che quella che ha in mano non va bene perché è una crema per pelli secche. "Where is greasy skin, please... cream, oily, greasy...". E solo in quel momento scopro che le signore francesi devono avere tutte la pelle secca, perché gli scaffali sono pieni di creme per pelli aride o sensibili; i trattamenti per pelli grasse, invece, proprio non si vedono. Comunque, cerca che ti cerca, finalmente trovo in fondo a una mensola una Nivea per pelli normali-miste e gli spiego che questa è quanto di più vicino ai suoi desideri ci sia. Penso che sia finita qui, e invece. E siamo sicuri che è per il viso e non per le mani, e anche questa per caso è una crema (no, signore, questa è una maschera; ah, e che differenza c'è), e cosa vuol dire questo termine "soin" (aiutooooooooo!). Insomma, ho perso dieci anni di vita a cercare di tradurre in inglese a uno che l'inglese non lo capiva granché le diciture francesi (che io non capivo granché) sui tubetti delle creme da donna (che lui non conosceva granché).

Sopravvissuta a questo avventuroso abboccamento mi infilo a prendere il metrò. Altoparlante. Disagi sulla linea a causa di... (chi ci capisce è bravo), ritardi di circa... (chi ci capisce è bravo). Poco male, in fondo basta aspettare. Signora elegante e sussiegosa che mi chiede: "Combien retard?" o qualcosa del genere. Credo significhi che vuol sapere quanto ritardo abbiano i treni. Auff: posso solo risponderle con l'unica frase che conosco bene. E fin qui me ne farei anche una ragione. Poi però sul marciapiede arriva un giovine alquanto alterato, non so se sbronzo o affetto da quale altra stravaganza, che prima attacca una lunga concione parlando al vento e poi si infila a rovistare in un cestino per i rifiuti parlandoci dentro e chiamando a gran voce "Sarkozy! Sarkozy!" con una sfilza di parole assortite da cui capisco solo il vocabolo "Merde" (ah, quella è universale; peraltro il mio albergo sta alla fermata "Cambronne", il generale di cui si ricorda soprattutto una celebre rispostaccia: qualcosa vorrà pur dire).
Poi lo svalvolato si piazza davanti al binario e, stentoreo, proclama una cosa simile a "Sarkozy a cassé la voiture". Che poi mi hanno spiegato significare che l'amico stava esponendo il suo personale punto di vista, secondo cui il presidente francese sarebbe stato il responsabile del guasto in linea.

Ecco: senza sapere bene la lingua io mi sono persa il senso complessivo di questa originalissima teoria, mannaggia. E quindi penso proprio che dovrò provare, la prima volta che mi trovo davanti a un cugino d'Oltralpe, a infilare un soggetto-predicato-complemento a caso, giusto per vedere l'effetto che fa. In fondo basta farcirlo con un chilo di merci e di bien e di c'est bon e dovrei comunque salvarmi la faccia.

Ah, Carlà sta bene.





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