Ho commesso un atto di una gravità estrema per un'imolese: sono stata a Londra ma non sono andata in pellegrinaggio da
Essa, il Sacro Oggetto, il Graal. Inizialmente a dir la verità ci avevo fatto un pensierino, poi ho scoperto che non era conservata proprio a Londra-Londra ma a Windsor. Il che non sarebbe un gran problema, ci si va col treno, però sarei rimasta pochi giorni e non avevo voglia di perdere tutto il tempo in spostamenti. Così mi batto il petto e ammetto la mia colpa: per stavolta ho soprasseduto. Ne riparleremo in futuro, tanto so che è in buone mani perché appartiene alla Betta e sono sicura che tutti i giorni la spolvererà per benino e controllerà se c'è qualche sgualcitura nuova.
Dicevo, dunque, che sono rimasta pochi giorni. Giusto il tempo di caricarmi di un freddo polare e di pensare quasi con soddisfazione, io che odio il caldo, alle nostre consuete, soffocanti temperature. E in questi pochi giorni mi sono dilettata nello studio del comportamento di Oltremanica, in modo da migliorare la mia scarsa conoscenza della specie.
Per prima cosa ho scoperto un problema che affligge molti esemplari della popolazione: una grave anomalia ai sensori termici. Con una temperatura esterna molto più bassa dei venti gradi annunciati (le previsioni erano state fin troppo ottimiste), vento gelido, umidità e cielo perennemente coperto, uno si aspetta che i locali siano riscaldati e invece vi trova il condizionatore stabilmente regolato sul livello "siberia". In pratica anziché dire: "Ora si entra da qualche parte e ci si riscalda un po'" per prendere un po' di caldo si esce. Poi, visto che il condizionatore non è sufficiente a rinfrescare i bollori di questa strana razza, gran parte degli abitanti va in giro in canottiera e infraditi (e non infraditi un po' fru-fru: no, proprio quelli di gomma da piscina). La sera, quando la temperatura scende ancora, le ragazze si scoprono ancor di più sfoggiando schiene nude, scollature abissali e minigonne atomiche: così bardate sostano fuori dai locali, per meglio sentire il fresco, con in mano il boccale di birra d'ordinanza. Per me, anima semplice, abituata a un'estate che sa di estate e a star meglio al chiuso che all'aperto, tutto questo è stato abbastanza traumatico e tutto sommato sono tornata volentieri a sudare un po'.
Ho scritto, poche righe fa, "bardate": non ho usato a sproposito questa parola. Perché Londra sarà anche la patria della creatività e della trasgressione e dell'inventiva nel vestire (lo so, lo so: i punk, Vivienne Westwood, la Central St. Martin e tutto il resto) ma io resto della mia provincialissima opinione: in nessun altro posto ho mai visto tanta gente malconcia. Voglio dire: un conto è sperimentare un look ardito, fuori dagli schemi, azzardato fin che vuoi ma che si armonizzi con la tua persona, che poi se ti va di lusso finisci anche sul
Sartorialist; però a mio modesto parere il confine tra l'originalità, anche estrema, e il disastro estetico esiste. Io eviterei di oltrepassarlo, ma pare che là non ci facciano tanto caso. Oh, padronissimi. D'altra parte tutti i gusti sono gusti, e chi sono io per dire cosa è bello e cosa no.
E veniamo al capitolo "alimentazione". Tutti sanno che la tipica colazione inglese è quanto di più sano esista al mondo: uova strapazzate, pancetta e fagioli di prima mattina predispongono certamente a una giornata all'insegna della leggerezza. Il tutto può proseguire con un "fish and chips" a pranzo (e io che pensavo che le patatine a pioggia fossero un'americanata) e con un tè delle cinque accompagnato da sandwich e altre delicatezze. Sono dunque arrivata a una conclusione: questa gente mangia. Sempre. Ovunque. E, se non mangiano, bevono. Non acqua, ovviamente: perlomeno bibite gassate o succhi di frutta. La scena si ripete anche a pranzo e a cena, dove spesso qualcuno accompagna i suoi piatti con un cappuccino o con un succo d'arancia: le uniche bottiglie d'acqua del Regno le devono avere aperte per noi, poi di sicuro saranno andati sul retro a darsi di gomito e a segnare a dito quegli strani tizi che avevano chiesto quella strana roba incolore e insapore per accompagnare i loro piatti.
Tutto ciò probabilmente spiega perché molte giovani donne sfoggino - per dirlo con una espressione di qui - le tipiche "schiene da tagliatelle" e le caratteristche gambe a pilastro in cui caviglia e bacino sono congiunti da linee rette. Le sfoggiano, sì; perché, alla faccia di quella che si fa le fisse con il rotolino di grasso che vede solo lei e di quell'altra che proprio quel buchino di cellulite non vuole andarsene, là non esistono di questi problemi: tutto abbondantemente e gioiosamente al vento, e viva la vita. E pensare che qua c'è gente che si stressa se ha una smagliatura.
C'è poi una cosa che mi ha parecchio interdetta: la disinvoltura con cui si tratta l'argomento "igiene". Della mancanza, fuori dall'Italia, di uno degli arredi fondamentali del bagno si sa ampiamente, ma non ero preparata a trovarmi fra i piedi un topino proprio mentre mangiavo. Soprattutto non mi aspettavo la reazione flemmatica del proprietario che, avvertito della cosa, si è limitato a dire che son cose che capitano. Né tantomeno mi aspettavo che gli altri avventori o ignorassero il fatto oppure ci facessero una risata divertita e morta lì. Per non parlare del cuoco che attraversava la sala col pollo da cuocere in mano e del garzone che passava fra i tavoli con il sacco della spazzatura. Io sarò pure schifiltosa, però qua cose simili non le ho mai viste.
La cosa che continuo a invidiare a questo strano popolo è quanto siano civili con i musei: tutto aperto, tutto gratis, nessun controllo alle borse, zero giorni di chiusura, una quantità di iniziative gratuite da far paura. Mi ero ripromessa di accodarmi a una visita guidata alla National Gallery ma poi mi sono persa a guardare i quadri, così da brava italiana sono arrivata in vergognoso ritardo e mi è saltato il giro. Peccato. Intanto però ho scoperto che proprio lì ci hanno girato una scena di "Camera con vista", uno dei film più meravigliosi che io abbia mai visto, e davanti alla Battaglia di San Romano di Paolo Uccello mi sono sentita tanto Helena Bonham-Carter (ok, nella scena in questione la giovincella non compare, ma insomma non andiamo tanto per il sottile).
Ah, qualcuno avvisi il sindaco di Londra che la mitica "Congestion Charge" (il pedaggio da usura che paga chi entra in centro con la macchina) forse non sarebbe più necessaria se qualcuno si appostasse da Harrod's e dicesse due paroline ai ricchi arabi che portano le mogli a fare shopping: intasano le stradine circostanti con le Rolls, le fanno piazzare esattamente davanti all'ingresso per non far percorrere neppure un metro in più ai delicati piedini delle sposine e poi gli autisti stanno lì ad aspettare che le padrone facciano tutte le loro spesucce. Se ne stanno piantati lì, all'entrata, anche tutto il pomeriggio se serve. Come dite, chiudono il traffico? Nessun problema: lavorano di frizione per spostare le loro ecologiche utilitarie e poi risistemarle in doppia e tripla fila finché non arriva un'altra macchina che deve passare e loro di nuovo giù a sfrizionare e a rifare le stesse manovre per ore. Così fra l'altro ingannano un po' l'attesa, poverini.
E chiudo con una domanda amletica (l'aggettivo shakespeariano è perfetto, visto il luogo). Harrod's sarà un posto di tamarri perché tale lo ha reso
il miliardario tamarro che lo ha comprato, o era già un posto tamarro prima che lo comprasse il tamarro in questione? Questa era la mia perplessità mentre ammiravo il pregiato manufatto in cera raffigurante il signor Al-Fayed che accoglie i visitatori a una delle porte principali (per non parlare della statua bronzea di Dodi e Diana, "innocent victims killed in 1997"). Io non so se era nei piani del raffinato magnate, ma la maggior parte dei clienti che passava davanti al suo simulacro sorridente e incravattato - ahilui - si sganassava dal ridere.