lunedì, 30 giugno 2008
Mai come l'altra sera mi sono resa conto di quanto tutto nella vita sia relativo.
Me ne stavo beatamente seduta al tavolo di un locale fuori città, pregustando l'ottimo piatto che sarebbe arrivato, e proprio non ho potuto fare a meno di ascoltare la conversazione che si svolgeva di fianco a me. Argomento? Credeteci o meno, il tema era: come si vive a Imola. Niente da fare, una esce dai propri confini e viene inseguita dalle sue origini in ogni dove. Insomma, visto il contenuto del dibattere e vista la prossimità con il tavolo dei miei vicini ho per forza dovuto seguire il discorso. Ho così capito che erano persone che a Imola ci hanno vissuto per un po' e che si raccontavano le rispettive esperienze. Oh, io all'inizio pensavo che scherzassero e che dicessero in senso ironico: e invece questi erano sul serio lì a cantare lodi e inni per questa cittadina tanto vivace e tanto ricca di stimoli e tanto piena di divertimenti, con un'atmosfera fantastica e una vitalità sfavillante. Sempre qualcosa da fare, sempre qualche occasione per uscire, mai un attimo di vuoto, tante belle iniziative e tanta gente semrpe in giro. Erano totalmente fuori di testa per 'sto posto da favola.
Imola come New York, insomma.
L'apoteosi è stata raggiunta quando uno dei presenti ha pronunziato, con un tono solenne che lasciava intuire chissà quali riflessioni siderali, il seguente responso: "Perché Imola non è ancora Bologna e non è già più Faenza. E questo vuol dire parecchio".
Ora io, che adoro la mia città perché l'ho sempre trovata sonnacchiosa e indolente proprio come piace a me, son qui che mi arrovello sulle seguenti domande.
Primo: cosa vuol dire, esattamente, 'sta storia di Bologna e Faenza? Perché volendo si può anche agiungere che Imola non è neppure Ravenna, e neanche Lugo. Vuol dire anche questo?
Secondo: dove diavolo vivranno quei tizi, per essere tanto entusiasti di una cittadella piccolina e splendidamente noiosetta come questa?
Terzo: non è che adesso devo cambiare il titolo del mio blog da "Vita in provincia" a "Vita nella metropoli"?
venerdì, 27 giugno 2008
O i miei occhi mi ingannano, o qualche mano pietosa ha lucidato il monumento a Gilles Villeneuve all'autodromo. O forse sono solo io che ci spero, povero Gilles.
E già mi sento qualcuno obiettare: "Perché, all'autodromo c'è un momumento a Villeneuve? Guarda che ti sbagli, c'è quello a Senna!".
giovedì, 26 giugno 2008
Non l'avevo ancora provata, e questo è imperdonabile, ma finalmente ho rimediato: ieri sera ho conosciuto l'ebbrezza dell'uscita serale di mercoledì con i negozi del centro aperti.
Penso di avere raramente visto tanta gente in giro in centro. Fin troppa, secondo me: vedere un po' di vita fa piacere, ma far fatica a muoversi e frasi spintonare a ogni passo è tutta un'altra storia. Spero almeno che i negozianti siano stati contenti, anche se non mi pare di aver visto dei negozi particolarmente stipati di clienti. Forse la gente sfrutta le aperture serali solo per farsi un giro e vedere se c'è qualcuno che conosce.
Permettetemi comunque di dire la mia: eliminerei senza dubbio la musica. Non ci ho trovato niente di piacevole, anzi molto di sgradevole, in quei due o tre punti in cui si esibivano musicanti a tutto volume. L'effetto finale, io credo, era solo di una gran confusione. Tant'è che noi alla fine, esasperati per il caos, ce la siamo data a gambe e ci siamo diretti in viale Dante alla ricerca di un po' di calma. Fuori dal centro, il che purtroppo significa che nel nostro caso l'iniziativa ha avuto l'effetto opposto a quello per cui era nata: ci ha fatti scappare!
Non posso farci niente. La vita in provincia, a questo punto ne sono certa, la preferisco nella sua versione un po' più noiosetta. Con tutto il rispetto per il surplus di lavoro a cui si sono sottoposti i negozianti, che di sicuro avrebbero preferito starsene a casa a riposare.
mercoledì, 25 giugno 2008
Qualcuno ha pensato di ammantare la statua di Ayrton, quella alle Acque, con una sgargiante bandiera brasiliana. Ben drappeggiata sulle spalle, legata accuratamente in modo che non voli via, è un bel colpo d'occhio e un segno di affetto molto tenero. Però... è più forte di me: con queste temperature, quando ci passo davanti mi sembra sempre che il poveretto, lì sotto, stia soffocando per il caldo.
martedì, 24 giugno 2008
Un po' perché eventi del genere non accadono spesso qui da noi, un po' perché il personaggio che c'è dietro ha tutto il fascino di chi parte dalla provincia e fa fortuna pur restando felicemente uno di provincia, un po' perché l'argomento "moda" calamita sempre la mia attenzione (anche se poi non la seguo)... Un po' per tutti questi motivi, appena ho potuto sono stata a vedere
la mostra su Renato Manzoni, il calzolaio imolese che dagli anni Quaranta in poi fece le scarpe alle donne più famose del mondo.
Oddio, per chi non ama la moda e le scarpe in particolare quella esposizione di modelli dirà poco o niente, ma per chi è appassionato è una specie di paradiso: decine di calzature esposte in ordine cronologico, vecchie scatole da scarpe, ritagli di pellami, foto... Una goduria. E tutto a portata di mano: si cammina fra le pile di scarpe e non c'è nessuna vetrinetta a proteggere i pezzi, tanto che mi sono chiesta se gli organizzatori non abbiano esagerato in fiducia. Voglio dire, può sempre esserci qualcuno che allunga una mano per provare l'ebbrezza di sfiorare (o peggio ancora) la scarpa di Abbe Lane o il sandalo rivestito di rame. L'apoteosi comunque si raggiunge al piano d sopra: modelli su modelli pendono dal soffitto appesi a fili trasparenti, così si ha la sensazione di camminare tra un fluttuare di scarpe a mezz'aria.
Quel che trovo incredibile è che una mostra tanto bella sia stata allestita così modestamente. Tanto modestamente che rischia quasi di essere mortificata: appena due salette, una a piano terra e una su per le scale, per tutto quel bendidio, solo alcuni pezzi erano accompagnati da una piccola descrizione scritta, le foto di Manzoni con le celebrità erano poco o per nulla spiegate. Certo, l'ingresso era gratutito e questo senz'altro deve aver contribuito a determinarne il tono dimesso, ma sinceramente io penso che una mostra tanto ricca avrebbe meritato ben altra valorizzazione. Sarebbe stato bello avere qualche cenno in più e per ogni scarpa sarebbe stato carino sapere la stroria che c'era dietro. Ad esempio: perché quel sandalo fatto da Manzoni negli anni Quaranta (foto 11 di
questa photo-gallery) è praticamente identico al "Sandalo Invisibile" di Ferragamo, questo qui sotto?
Qualcuno ha copiato, e se sì chi ha copiato chi? Oppure i due hanno lavorato assieme?
Mi terrò questo piccolo dubbio, peccato. Assieme a un secondo interrogativo: ma perché non fanno altre mostre di questo tipo, in questa cittadina?
lunedì, 23 giugno 2008
Purtroppo, fra un giro e l'altro, so di essermi persa un sacco di cose e mi dispiace. Per fortuna sono ancora in tempo per qualche mercoledì sera con i negozi del centro aperti. Poi sono in tempo per fare un giro al caffé che hanno aperto nel Conventone e per provare la pizzeria lì di fronte (e magari per bucare quell'orrido gonfiabilone che deturpa lo splendido cortile). Poi, ma qui sono un po' dubbiosa perché il caldo è davvero troppo, ho le scarpette da corsa pronte per cinque chilometri di autodromo. Beh, certo: poi c'è l'eventone dell'estate. La festa... la festa... madonnasanta, come si chiama adesso che c'è il PD... insomma
quella cosa là del lungofiume.
Quanto alla mia giterella, Nicolas e Carlà mi hanno dato buca: mi hanno mandato un sms in cui dicevano che erano impegnati con un certo Giorgino, non so chi sia costui, così non abbiamo potuto fare quella scampagnata al Bois de Boulogne che da tempo abbiamo in mente. Incredibile: hanno preferito portare in giro questo loro amico americano piuttosto che incontrarsi con me. Poco male, comunque: ci rifaremo più avanti con un bel giro di shopping prenatalizio, evitando ovviamente Le Bon Marché Rive Gauche. Per quanto sia il mio grande magazzino preferito (nessun turista, molta tranquillità, un delizioso snack bar al piano interrato e una stazione del metrò da amatori), ci ha fatto la lista nozze Cecilià: e mi pare poco carino andarci con quella che è arrivata dopo di lei.
Però devo dire che quel Giorgino è piuttosto invadente. Noi eravamo di ritorno da un giro fuori città mentre lui stava arrivando in città dall'aeroporto: bene, ha fatto addirittura bloccare il traffico, ohibò, e noi ci siamo trovati imbottigliati con centinaia di altre macchine. E chi sarà mai 'sto tizio, il presidente degli Stati Uniti? Non bastasse, una mattina che mi trovavo sugli Champs Elysées diretta a una mostra sono uscita dal metrò e mi sono trovata in piena frenesia da transennamento di strade, spiegamento di polizia e auto deviate. Giorgino, sempre lui, doveva passare con le sue tre-quattro limousine. Non bastasse neppure questo, nel pomeriggio l'ho rivisto con tanto di scorta transitare sul lungosenna mentre il mio metrò stava passando sul fiume: andava a prendere l'aereo per rincasare. Il ragazzo, insomma, non solo ha fatto saltare il mio pic nic con N+C ma continuava a mettersi di traverso ovunque io passassi,
parbleu! Insomma, non so proprio chi fosse il tipo ma una cosa è certa: 'sto Giorgino è un gran
patàca.
Pic nic mancato a parte, la cosa più divertente e senz'altro originale che ho potuto vedere in quel villaggetto d'oltralpe è stato un evento di cui non sapevo nulla e in cui mi sono trovata per puro caso. In pratica, usciamo da una pizzeria sugli Champs Elysées (lo so, mangiare italiano all'estero è la tipica cosa da non fare ma io dopo qualche giorno vado in astinenza) e scopriamo che tutto il viale, da entrambi i lati, è stato colonizzato da centinaia di persone - i resoconti dicono diecimila - interamente biancovestite che arrivano con tavolini pieghevoli e cestini pieni di ogni bendidio e si piazzano lì a mangiare, tranquille e beate mentre tutti le guardano. Ogni tanto si alzano e si salutano fra loro, da un lato all'altro della strada, sventolando fazzoletti ovviamente bianchi. Certi look sono favolosi e mi spiace non avere avuto una macchina fotografica: cappellini, velette, abiti da sera. Per farla breve: ci scervelliamo tutta sera cercando di capire cosa sia 'sta roba, poi ho scoperto che si trattava del
"Diner Blanc" (spiacente, non so il francese quindi non chiedetemi cosa stiano dicendo in questo filmato): una cosa che tuttti gli anni si fa a giugno, sempre in un luogo diverso della città. Le regole sono: tutti vestiti di bianco, ognuno porta il mangiare con sé, destinazione ignota fino a mezz'ora prima della cena. Insomma, da quel che ho capito io una specie di
flash mob ma molto, molto più fighetto. Alla francese, insomma.
Ma ora scusate: mi è arrivato un messaggino. Vado a vedere se è di Nicolas.
domenica, 08 giugno 2008
Ehm... io ripartirei per qualche giorno. Vero che posso? Dai... Sto via solo pochi giorni, datemi giusto il tempo di fare un salutino alla Carlà e a Nicolas e poi torno.
Au revoir!
venerdì, 06 giugno 2008
Uno dei miei punti di devozione cittadina è la vetrina del negozio di casalinghi in via Mazzini, quello a fianco del Modulo. Lo so che sono solo dei banali articoli per la casa, ma mi incanto a osservarli e non so perché.
E da oggi ho deciso: questo è proprio uno dei miei posti del cuore. Sì, perché a mettere in vetrina una umilissima bottiglia da un litro col tappo a vite, quelle del latte insomma, sono capaci tutti. Ma corredarla con un cartello che recita: "Bottiglia da un litro, ideale per il distributore automatico del latte", quello non è da tutti e denota una sola cosa: che questi tizi hanno il senso del mercato. Hanno capito cioé che con i distributori automatici sparsi un po' ovunque tornerà di moda la cara vecchia bottiglia di vetro e ci sarà sempre più gente a cercarla. E così anziché tenere l'umile oggetto in bottega l'hanno esposto in bella evidenza. Bravi, oh.
giovedì, 05 giugno 2008
Ho dimenticato un elemento fondamentale nel post, già lunghissimo, di ieri. Probabilmente è stata una rimozione, il trauma in effetti è stato parecchio forte e per un curioso gioco di associazioni mi è tornato in mente solo oggi mentre vedevo in TV i funerali di YSL e la sfilata di tutta quella gente elegante.
Così, sempre in tema di eleganza e buon gusto, mi è sovvenuto che il mio battesimo londinese è stato da Harrod's. Mica pizza e fichi: il grande magazzino per eccellenza.
Cosa c'entra il buon gusto, direte. Facile: questo posto è caratterizzato dall'ossessione per l'eleganza e lo stile. Al punto che gli uscieri all'ingresso non fanno passare chi non è vestito decorosamente. Ecco la differenza: qua da noi ti mandano via se non hai il vestito adatto per certe discoteche oppure se non hai l'abbigliamento consono per visitare una chiesa. Invece loro, che non ti fanno storie per nessun'altra cosa, non ti fanno passare se sei vestito stracciato o addirittura se hai uno zainetto.
Ma fortunatamente mi hanno ritenuta degna della loro classe, così ho potuto ammirare cose che voi umani.
Oggetti che definire assurdi era poco: un macchinino a forma di Hummer, per portare le mazze da golf, del costo di circa tredicimila sterline è certamente qualcosa che va al di là dello stravagante. Un reparto alimentari che era un paradiso per gli occhi oltre che per l'olfatto. Nella zona abbigliamento mi sono trovata fra un Dolce e Gabbana di tulle (quelli dipinti a mano che costano un occhio della testa) e un Balenciaga di quelli con la silhouette dalle spalle pronunciate: stavo quasi in paradiso. Oscar de la Renta era poco più in là, e davvero non chiedevo di più. Ammazza, pensavo, veramente la crema del lusso. Altro che una UPIM qualsiasi.
Poi ho deciso di prestare attenzione a una pomposa scritta che mi perseguitava in ogni dove: "Egyptian Escalators". E andiamo dunque a vedere 'ste scale mobili egizie, cosa diavolo saranno mai.
Ecco: lì c'è stato il trauma.
Le scale egizie non sono altro che delle scale mobili rifatte integralmente in stile egizio, perché si sa che gli antichi egiziani avevano le scale mobili. Tutto l'arredamento è arricchito di statue, sfingi, geroglifici. Man mano che si sale, in una penombra che vuole simulare l'oscurità di una tomba egizia, si passa davanti a balconcini tipo quello di Giulietta a Verona (altro farlocco favoloso) decorati con geroglifici e sui quali hanno piazzato dei manichini vestiti con i capi più eleganti in vendita: in effetti è tipicamente egizio sia il balconcino che il manichino, ah come no. Nel piano più alto troneggia una finta sfinge che pare aver la faccia di Mohamed Al-Fayed. Ma il peggio arriva quando si scende.
Il tintinnio dell'acqua attira l'attenzione verso il piano più basso... ed eccoli lì: Diana e Dodi in un altarino che secondo me li fa rivoltare nella tomba. E' quell'altarino che ogni tanto si vede nei giornali, quello con le due foto vicine incorniciate. Ma dal vivo è molto, molto peggio perchè ci sono dei particolari che sui giornali passano inosservati: una piramide di cristallo davanti ai due poveretti (poveretti anche per questo orrore) che contiene il celebre anello di fidanzamento. Una clessidra poco più in là. Simbologia elevata, elevatissima anzichenò. Corona il tutto la fontanella di prammatica e - pare che vada di moda pure lì - monetine lanciate dai turisti... scemi? ingenui? affezionati? commossi? tramortiti da cotanto trash?
Insomma c'è veramente di che selezionare la gente all'ingresso, per entrare in un simile tempio dell'eleganza.
Posso dire che preferisco la UPIM anche se non ha Oscar de la Renta?
giovedì, 05 giugno 2008
Dato che le macchine girano a destra, nonostante il meteo lasci pensare che io mi trovi ancora a Londra suppongo di essere di nuovo in Italia. Massì, dai che è proprio così: ho sottomano una tastiera con tutte le sue belle lettere accentate. Dunque sono proprio a casa. E vediamo allora di fare un bilancio del primo viaggio oltremanica di una che considera casa sua come il posto migliore del mondo.
Dovrei dire che la prima cosa che mi ha stupito di Londra è il tempo, piovoso, grigio, freddo come da leggenda. In realtà in questi giorni l'unica cosa che lo differenzia dal tempo imolese è la temperatura: qua più alta, là decisamente più bassa. E' stato comunque uno choc scendere dall'aereo al mio ritorno e trovarmi in una specie di melassa atmosferica come quella che gravava, collosa al di là di ogni immaginazione, su Bologna l'altro giorno. Ecco: l'afa lassù non c'era. Neppure le zanzare, che hanno già provveduto a lasciare il loro segno sulle mie caviglie.
La seconda cosa che mi ha impressionato sono i musei. Vorrei conoscere chi ne ha deciso l'organizzazione: mi stenderei ai suoi piedi e mi lascerei usare come scendiletto. Porca miseria, perché non facciamo così anche in Italia? Zero formalità per entrare, zero storie su borse-giubbotti-ombrelli (e pensare che al Louvre passano pure la borsa ai raggi x, come in aeroporto!)... e soprattutto ingresso gratuito e apertura sette giorni su sette! Tutto un altro mondo. Mi sono fiondata sulla National Gallery e ho realizzato il sogno di una vita, cioé vedere dal vivo il cartone di Leonardo su Sant'Anna, la Vergine e il Bambino, ce l'avevo in mente fin da quando lo studiavo a scuola nell'ora di educazione artistica. Piccolo problema: là oltre a quel cartone c'era mezza storia dell'arte (in gran parte roba italiana, il che mi ha gonfiata d'orgoglio). Come si fa a guardare solo quel Leonardo saltando a piedi pari Piero della Francesca, Michelangelo, Botticelli, Paolo Uccello, Raffaello, Tiziano e compagnia? Non si può, infatti. Così ho passato la mattina intera a vedermi qualcosa come un terzo della galleria. Nel pomeriggio volevo completare il giro, ma non ce l'ho fatta e sono dovuta scappare di corsa davanti ai Girasoli di Van Gogh che sarà offesissimo con me per l'onta subìta. Ma non demordo e la prossima volta che vado finisco il tour.
Non contenta, ho anche fatto una toccata e fuga al British Museum dove sono conservati i marmi che gli inglesi hanno preso via dal Partenone, loro dicono per proteggerli meglio dalle ingiurie del tempo (seeee...). C'era anche la stele di Rosetta, quel pezzo di roccia che ha permesso di decifrare i geroglifici, e un sacco di statue egizie. Insomma, un bel viaggio nell'archeologia. Con tutto questo bendidio e questa organizzazione uno è altamente motivato a lasciare un'offerta all'ingresso, come si è invitati a fare e come ho fatto anch'io. Non hai la sensazione di essere rapinato, ti sembra davvero di fare una cosa buona e giusta. Ma se io non avessi dato nulla nessuno mi avrebbe fatto storie.
E pensare che qua da noi ti guardano male anche solo se non lasci qualche monetina al bagno dell'autogrill.
La terza cosa che mi ha impressionato sono i taxi. Sono tanti, tantissimi. In centro a Londra si vedono praticamente solo taxi e autobus a due piani: auto private, pochissime. I taxi sono meravigliosi: li fermi con un cenno della mano e ti godi il tragitto senza dover temere di incappare in un pilota di formula uno al volante, perché il traffico è ordinatissimo e tutti guidano flemmatici. E in silenzio: nessun tassista chiacchierone, anche perché c'è un vetro che separa il passeggero dal guidatore.
La quarta cosa: non hanno delle piazze grandi come le nostre. Mi aspettavo chissà cosa da Piccadilly Circus e da Trafalgar Square e invece - posso dirlo? - la mia impressione è stata: "beh, tutto qua?". Sono posticini piccoli, e neppure tanto belli secondo me. Le nostre piazze son più belle, tié.
Quinta cosa: la metro. Va bene, è la più antica al mondo. Però è piccola, le carrozze sono claustrofobiche e poi c'è questa strana cosa di nominare le linee non per capolinea. Io ad esempio giravo su una linea che si chiama "District", poi devo aver fatto coincidenza con una che si chiama "Jubilee", poi altra roba che non ricordo. Insomma, io ho girato senza problemi le metro di Milano, Roma, Parigi e Praga ma questa proprio ho fatto fatica a farmela amica. E poi è cara, ma cara a sangue: una corsa costa 4 sterline, il che significa che se si è in più d'uno un taxi quasi quasi conviene.
Sesto: la monarchia e tutti i minuetti ad essa collegati. Ho scoperto solo in questo viaggio che la famiglia reale non ha un'unica residenza ufficiale per tutti i membri: il principe Carlo, ad esempio, risiede in un palazzo vicino a Buckingham Palace. Si vede che, visto che sono una famiglia numerosa, han bisogno di spazio. Poverini, son da capire.
Ma la cosa che più mi ha sconvolta è stata il cambio della guardia, che come ogni brava turista sono andata a vedere. Io non posso credere che ci sia gente pagata apposta per fare quel che ho visto. Un'ora abbondante di cose senza senso. Mica una cosina del tipo "cari colleghi che fate la guardia, adesso arriviamo marciando e ci scambiamo di posto", no: parte una banda di colbacconi di pelo da fuori palazzo, suonano due o tre marce, poi si avvicinano ai loro soci, si urlano della roba incomprensibile, marciano un po' attorno alle garitte, poi vanno verso la barriera del cortile, poi un'altra suonatina, poi un altro elenco di ordini urlati, poi ancora un paio di giretti per il cortile, poi la banda suona un pezzo pop ("Music Was My First Love": giuro di averlo sentito con le mie orecchie), poi ricomincia tutto da capo quelle tre o quattro volte giuste per farti smaronare, poi si chiude con un altro pezzo musicale ("Nessun dorma", quel giorno). E poi, quando proprio non se ne può più, un tizio con fare solennissimo fa un giro per ispezionare le quattro garitte dentro e dietro ognuna di esse. Dopo che gli astanti stanno per crollare finalmente i quattro nuovi prendono il posto dei quattro che hanno finito il turno e la banda bassotti se ne va con grande onore e frastuono, suonando l'ennesima fanfara. Ah, dimenticavo che nel frattempo ci siamo visti passare almeno tre o quattro volte delle carrozze scortate dalla polizia a cavallo e una Rolls che - così mi hanno detto - era proprio quella di Sua Maestà. Ma era vuota, o almeno così mi pareva anche se non ha un gran senso (ma cosa aveva senso, poi, in una scena tanto assurda?).
E alla fine di tutto questo arzigogolo sono arrivata a due conclusioni: primo, sono felice di abitare in una repubblica; secondo, come diavolo fa il Quirinale ("La casta" docet) a costare più di Buckingham Palace?
Settimo: la lingua. Non vedevo l'ora di trovarmi in un posto in cui avrei potuto capire e farmi capire, sono stata varie volte in Francia e non capisco niente di francese - e odio questa cosa - perciò ero tutta gasata all'idea finalmente di cavarmela alla grande. E invece niente. Appena capiscono che sei italiano fanno di tutto per parlarti nella tua lingua. Sono gentili, accidenti, ma io voglio parlare inglese, santiddio! L'apoteosi del surreale l'ho raggiunta all'aeroporto per il ritorno: aspettando il volo ho deciso di mangiare qualcosa (a proposito: in Inghilterra si mangia dignitosamente, anche se ti schiaffano patatine fritte ovunque) e mi sono infilata in un bar che prometteva cibo francese, in cui sono stata servita da un cameriere francese a cui ho ordinato un panino chiamato - non si sa perché - "poulet à l'italienne" (di italiano credo avesse solo i pomodorini secchi, che pare là abbiano questo fascino tricolore). Ovviamente appena lui ha capito la mia provenienza si è messo a parlare in un italiano stentato, orgogliosissimo di farmi sentire come a casa. Garantisco che l'italiano di un cameriere francese trapiantato a Londra è tutto un programma.
Comunque insoma son qua: felice di essere di nuovo a perlustrare le grandiose novità della mia vivissima cittadina. Ce ne sono, infatti. Aprono un negozio nuovo di oggettistica in via Emilia, una gelateria sotto la galleria del centro cittadino... apropo': e la piscina comunale, che di regola inaugura la vasca all'aperto a inizio giugno, che fa con questo tempo? Indagherò. Son queste le notizione, altro che Elisabetta Seconda.