Volevo dedicare un post specifico a un luogo che ho visitato durante la mia vacanza a Parigi. Gli ho dedicato anche un ammirato tweet via Twitter, ripromettendomi di parlarne più diffusamente al mio ritorno. Perché quando ci sono stata non ho potuto trattenermi dal pensare a qualcosa di molto nostrano, anche se più piccolo.
Sto parlando del 104: un luogo che una volta era un magazzino di pompe funebri e ora è diventato, dopo un accurato restauro, un centro dedicato all'arte. E' stato inaugurato di recente e si trova in una zona non tipicamente turistica, non centralissima, non da cartolina. Per intenderci: qui non si troveranno mai le frotte di turisti che scattano fotografie mentre la guida illustra la storia del monumento (nulla contro i gruppi di turisti, è solo per rendere l'idea di che posto sia). A parere mio vale assolutamente il viaggio, fosse non altro per l'intelligenza dell'idea. Che è semplice e geniale: non si sono limitati infatti a creare il solito spazio polivalente, ma hanno ricavato anche dei veri e propri alloggi da destinare agli artisti che stanno realizzando le loro opere. A due condizioni: primo, la loro permanenza non dovrà durare più di un anno; secondo, essi dovranno a intervalli regolari aprire i loro atelier al pubblico e incontrare i visitatori. Uno degli scopi del progetto è infatti permettere anche ai profani (gente come me, insomma) di accostarsi all'arte interessandosi alle varie realizzazioni che nascono là.
La lista degli ospiti è decisamente eterogenea: mi aspettavo che ci fossero i classici scultori o pittori alle prese con trabiccoli un po' stravaganti, mai mi sarei aspettata, ad esempio, di leggere che c'era un rapper durante la realizzazione del suo ultimo album. O di sapere che, qualche tempo fa, avrei potuto imbattermi in Philippe Starck che teneva delle lezioni.
Il giorno in cui ci sono stata io purtroppo non erano previste visite. Ho comunque potuto vedere la libreria ospitata in un'ala dell'edificio, ho visto un'opera (forse i più fighi dorebbero "un'installazione") esposta liberamente in una sala, ho dato un'occhiata al seminterrato dove una volta c'erano le carrozze funebri e i cavalli, ho fatto una pausa pranzo al piccolo café ospitato in un cortiletto interno. Inoltre ho ammirato, pur senza capirci un'acca, una lezione di Qi-Gong aperta a tutti, che si teneva nell'atrio.
Ora, non è che io ami particolarmente finire sempre a parlare del rudere che svetta alle porte del nostro centro storico: ma anni e annorum fa ricordo che qualcuno parlò, per rimetterlo in sesto, di crearci uno spazio da destinare a botteghe artigiane o qualcosa di simile. Insomma: l'idea di usare uno spazio su cui aleggiava la morte come luogo creativo l'avevamo avuta anche noi. Magari anche prima di loro. Con la differenza che, di là, non è stata solo un'idea. Chissà se, di qua, se ne farà mai qualcosa.
Sto parlando del 104: un luogo che una volta era un magazzino di pompe funebri e ora è diventato, dopo un accurato restauro, un centro dedicato all'arte. E' stato inaugurato di recente e si trova in una zona non tipicamente turistica, non centralissima, non da cartolina. Per intenderci: qui non si troveranno mai le frotte di turisti che scattano fotografie mentre la guida illustra la storia del monumento (nulla contro i gruppi di turisti, è solo per rendere l'idea di che posto sia). A parere mio vale assolutamente il viaggio, fosse non altro per l'intelligenza dell'idea. Che è semplice e geniale: non si sono limitati infatti a creare il solito spazio polivalente, ma hanno ricavato anche dei veri e propri alloggi da destinare agli artisti che stanno realizzando le loro opere. A due condizioni: primo, la loro permanenza non dovrà durare più di un anno; secondo, essi dovranno a intervalli regolari aprire i loro atelier al pubblico e incontrare i visitatori. Uno degli scopi del progetto è infatti permettere anche ai profani (gente come me, insomma) di accostarsi all'arte interessandosi alle varie realizzazioni che nascono là.
La lista degli ospiti è decisamente eterogenea: mi aspettavo che ci fossero i classici scultori o pittori alle prese con trabiccoli un po' stravaganti, mai mi sarei aspettata, ad esempio, di leggere che c'era un rapper durante la realizzazione del suo ultimo album. O di sapere che, qualche tempo fa, avrei potuto imbattermi in Philippe Starck che teneva delle lezioni.
Il giorno in cui ci sono stata io purtroppo non erano previste visite. Ho comunque potuto vedere la libreria ospitata in un'ala dell'edificio, ho visto un'opera (forse i più fighi dorebbero "un'installazione") esposta liberamente in una sala, ho dato un'occhiata al seminterrato dove una volta c'erano le carrozze funebri e i cavalli, ho fatto una pausa pranzo al piccolo café ospitato in un cortiletto interno. Inoltre ho ammirato, pur senza capirci un'acca, una lezione di Qi-Gong aperta a tutti, che si teneva nell'atrio.
Ora, non è che io ami particolarmente finire sempre a parlare del rudere che svetta alle porte del nostro centro storico: ma anni e annorum fa ricordo che qualcuno parlò, per rimetterlo in sesto, di crearci uno spazio da destinare a botteghe artigiane o qualcosa di simile. Insomma: l'idea di usare uno spazio su cui aleggiava la morte come luogo creativo l'avevamo avuta anche noi. Magari anche prima di loro. Con la differenza che, di là, non è stata solo un'idea. Chissà se, di qua, se ne farà mai qualcosa.







